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Vivremo più a lungo. Ma con quali redditi, famiglie e patrimoni?

28/09/2026 L’Italia invecchia, le famiglie si restringono e la ricchezza arriva sempre più tardi. La demografia sta cambiando il nostro futuro economico.

L'Italia è un Paese nel quale si vive sempre più a lungo, si fanno sempre meno figli e si continua ad accumulare una parte importante della ricchezza nel patrimonio familiare. Tre fenomeni che, considerati separatamente, sembrano raccontare questioni diverse: la longevità, la natalità e il risparmio. In realtà stanno trasformando insieme il modo in cui lavoriamo, consumiamo, investiamo e trasferiamo ricchezza tra generazioni.

Il punto è che questa trasformazione avviene mentre una parte rilevante delle nostre istituzioni economiche e delle abitudini familiari continua a essere organizzata intorno a una società diversa: più giovani, più lavoratori, famiglie più numerose e un percorso relativamente lineare che dal reddito da lavoro conduceva alla casa, al risparmio e infine alla pensione.

Quel modello non è scomparso, ma sta diventando sempre meno rappresentativo della realtà.

La questione demografica, quindi, non riguarda soltanto quanti italiani nasceranno domani. Riguarda soprattutto come vivranno, lavoreranno e costruiranno il proprio patrimonio quelli che ci sono già.

Un Paese che invecchia più velocemente di quanto riesca ad adattarsi

Gli ultimi dati ISTAT mostrano la portata del cambiamento. Nel 2025 in Italia sono nati circa 355 mila bambini, contro 652 mila decessi. Il numero medio di figli per donna è sceso a 1,14, mentre la speranza di vita ha raggiunto 81,7 anni per gli uomini e 85,7 per le donne. 

ITALIA · INDICATORI DEMOGRAFICI 2025:
355.000 Nascite
1,14 Figli per donna
81,7 Speranza di vita uomini
85,7 Speranza di vita donne
Fonte: ISTAT, Indicatori demografici 2025, dati provvisori.

La popolazione complessiva è rimasta sostanzialmente stabile grazie al saldo migratorio positivo, che ha compensato quasi integralmente il saldo naturale negativo. Ma una popolazione stabile non significa una popolazione che mantiene la stessa struttura. 

È proprio qui che si trova la trasformazione più importante.

Secondo le nuove previsioni ISTAT, nello scenario mediano la quota degli ultrasessantacinquenni salirà dal 24,7% del 2025 al 34,5% del 2050, mentre quella delle persone tra 15 e 64 anni scenderà dal 63,4% al 55,3%. In termini assoluti, significa quasi sette milioni di persone in età lavorativa in meno. Si tratta di proiezioni, naturalmente, soggette all'evoluzione della fecondità, delle migrazioni e della partecipazione al lavoro. 

La conseguenza economica è profonda: una società con meno persone in età attiva deve trovare il modo di sostenere una popolazione anziana più numerosa e longeva.

Ma non possiamo leggere questo fenomeno soltanto come un problema di pensioni o di spesa sanitaria. Cambieranno la domanda di abitazioni, i servizi, i consumi, il mercato del lavoro e la distribuzione del risparmio.

E soprattutto cambierà il rapporto tra le generazioni.

Quando il lavoro non basta più, il patrimonio decide sempre di più

Per lungo tempo la costruzione della ricchezza personale si è fondata su una sequenza relativamente prevedibile: formazione, lavoro, crescita del reddito, acquisto della casa, risparmio e accumulazione patrimoniale.

Oggi quella sequenza incontra difficoltà crescenti.

Secondo l'OCSE, all'inizio del 2025 i salari reali italiani erano ancora inferiori del 7,5% rispetto all'inizio del 2021, nonostante il recupero registrato dopo la fase più intensa dell'inflazione. 

Il problema non è soltanto il potere d'acquisto perduto. È la possibilità di costruire ricchezza attraverso il reddito corrente.

Quando i salari crescono lentamente e il costo della vita assorbe una parte significativa delle entrate, risparmiare diventa più difficile. L'acquisto della prima casa si sposta in avanti, l'autonomia economica arriva più tardi e il patrimonio familiare può diventare decisivo per compiere scelte che un tempo erano maggiormente sostenute dal lavoro.

I numeri di Banca d'Italia rendono evidente questa frattura. Alla fine del 2025, il 10% più ricco delle famiglie italiane deteneva il 60,6% della ricchezza netta complessiva, mentre alla metà meno abbiente spettava appena il 7,2%. 

Naturalmente, ricchezza e reddito sono grandezze diverse. Ma quando il reddito da lavoro incontra maggiori difficoltà a trasformarsi in patrimonio, la ricchezza già posseduta dalla famiglia di origine può assumere un peso crescente nelle opportunità individuali.

Due giovani con la stessa formazione e lo stesso stipendio possono trovarsi davanti a possibilità radicalmente diverse se uno dispone di una casa o di un sostegno familiare e l'altro deve costruire tutto attraverso il proprio reddito.

È qui che la questione demografica incontra quella economica: in una società che invecchia, il patrimonio tende a rimanere più a lungo nelle generazioni anziane, mentre quelle giovani devono affrontare prima le decisioni economicamente più impegnative.

Il tema non è contrapporre giovani e anziani. È comprendere come rendere più efficace la circolazione della ricchezza tra generazioni, senza compromettere la sicurezza economica di chi vive più a lungo.

L'eredità arriva più tardi. Ma quando serve davvero il denaro?

L'allungamento della vita è una conquista straordinaria. Ma modifica anche il calendario economico delle famiglie.

Se i genitori vivono più a lungo, il trasferimento ereditario tende a spostarsi verso età più avanzate dei figli. Una persona può ricevere un patrimonio quando ha già superato i cinquant'anni, ha concluso le principali scelte familiari e professionali e magari sta iniziando a sostenere economicamente i propri genitori anziani.

Questo produce un paradosso: il patrimonio può arrivare quando il bisogno di costruire il proprio futuro è già stato in gran parte affrontato.

La questione diventa ancora più interessante se osserviamo quanto le aspettative ereditarie influenzino già oggi i comportamenti economici.

Uno studio di Banca d'Italia pubblicato nel luglio 2026, basato sui dati dell'Indagine sui bilanci delle famiglie del 2014, rileva che le famiglie che si aspettano di ricevere un'eredità presentano, rispetto alle altre, consumi più elevati, una minore propensione al risparmio e una maggiore probabilità di indebitarsi per consumi. Si tratta di associazioni osservate su dati storici, non di una misura diretta dei comportamenti attuali. 

Il dato suggerisce comunque un elemento importante: il patrimonio familiare può influenzare le decisioni economiche prima ancora di essere effettivamente ricevuto.

Diventa quindi necessario ripensare il significato stesso della pianificazione patrimoniale.

Non soltanto quanto lasciare, ma quando trasferire, con quali strumenti e preservando quale autonomia economica per chi trasferisce.

In una società più longeva, il patrimonio deve sostenere contemporaneamente esigenze che un tempo erano più distanziate: finanziare la propria vecchiaia, contribuire all'autonomia dei figli, sostenere eventuali nipoti e affrontare costi sanitari o assistenziali che possono protrarsi per molti anni.

La trasmissione della ricchezza non può più essere considerata un evento isolato alla fine della vita. Diventa parte di una pianificazione intergenerazionale molto più lunga.

Famiglie più piccole, responsabilità più grandi

C'è poi un cambiamento che rischiamo di sottovalutare: non stiamo soltanto diventando più anziani, stiamo diventando anche famiglie più piccole.

Secondo ISTAT, nel biennio 2024-2025 il 37,1% delle famiglie italiane era composto da una sola persona. Vent'anni prima questa quota era il 25,9%. La dimensione media familiare è scesa da 2,6 a 2,2 componenti. 

Le nuove previsioni indicano che, nello scenario mediano, entro il 2050 le persone che vivono sole potrebbero passare da 10 a 11,6 milioni. Tra queste, gli ultrasessantacinquenni potrebbero raggiungere i 6,6 milioni, rispetto ai 4,6 milioni del 2025. 

Non significa che vivere soli coincida necessariamente con isolamento o fragilità. Significa però che la struttura familiare sulla quale abbiamo costruito una parte importante del nostro sistema di assistenza sta cambiando.

In passato più figli e reti parentali relativamente ampie potevano distribuire le responsabilità di cura tra diverse persone. Oggi le famiglie più piccole concentrano spesso quelle responsabilità su un numero minore di individui.

È la condizione della generazione sandwich: adulti che devono contemporaneamente sostenere figli, talvolta ancora economicamente dipendenti, e genitori sempre più anziani.

Il costo non è soltanto monetario. È fatto di tempo, disponibilità lavorativa, mobilità geografica e rinuncia a opportunità personali e professionali.

La longevità, quindi, non può essere misurata soltanto attraverso gli anni di vita guadagnati. Bisogna interrogarsi sulla qualità di quegli anni, sull'autonomia economica e sulla capacità delle famiglie e dei servizi di sostenere bisogni nuovi.

Una società più longeva ha bisogno di una nuova economia della cura.

E questo significa anche nuove opportunità per imprese e investimenti: abitazioni adattabili, tecnologie assistive, sanità territoriale, servizi finanziari dedicati alla longevità e strumenti capaci di trasformare patrimonio accumulato in sicurezza economica nel tempo.

Il risparmio italiano deve imparare a finanziare una vita diversa

L'Italia continua a essere un Paese con una cultura del risparmio significativa. Ma anche questa cultura deve confrontarsi con il cambiamento demografico.

L'Indagine sul Risparmio e sulle scelte finanziarie degli italiani 2026, realizzata da Intesa Sanpaolo e Centro Einaudi su 1.800 capifamiglia titolari di conto corrente, mostra che il 56% degli intervistati riesce a risparmiare e accantona mediamente l'11,9% del reddito disponibile.

La motivazione prevalente è precauzionale, indicata dal 40% del campione. Seguono pensione e casa, entrambe al 19%. Soltanto il 34% degli intervistati si aspetta di disporre di un reddito sufficiente a mantenere il proprio tenore di vita nei successivi dieci anni. 

Sono dati che raccontano una contraddizione: continuiamo a risparmiare, ma siamo meno certi che quel risparmio sarà sufficiente per il futuro.

La casa, inoltre, rimane centrale nella ricchezza familiare. Nell'indagine rappresenta circa due terzi del patrimonio medio degli intervistati, stimato intorno ai 320 mila euro. 
group.intesasanpaolo.com

È una ricchezza importante, ma non necessariamente liquida.

Possedere un'abitazione può garantire stabilità e ridurre alcuni costi della vita. Non significa però disporre automaticamente delle risorse necessarie per finanziare assistenza, consumi e autonomia durante una vecchiaia sempre più lunga.

Da qui nasce una domanda destinata a diventare centrale per il settore finanziario: come trasformare il patrimonio accumulato in una capacità di spesa sostenibile nel tempo, senza esporre le famiglie a rischi eccessivi o compromettere completamente il passaggio generazionale?

Per la consulenza finanziaria significa ampliare l'orizzonte. Non basta costruire un portafoglio in funzione dell'età anagrafica o di un obiettivo di rendimento. Occorre considerare la composizione familiare, il patrimonio immobiliare, le possibili necessità assistenziali e la durata sempre più incerta della fase successiva al pensionamento.

Perché una società che vive più a lungo ha bisogno di investire diversamente, ma anche di imparare a utilizzare diversamente la ricchezza che possiede.

La demografia viene spesso presentata come una minaccia futura, qualcosa che riguarda il 2050 o il 2080. Ma le sue conseguenze economiche sono già presenti nelle scelte quotidiane delle famiglie: nel giovane che rinvia l'acquisto della prima casa, nell'adulto che assiste un genitore, nel pensionato che deve preservare risorse per una vita più lunga, nell'impresa che fatica a trovare lavoratori e nel risparmiatore che si domanda se il patrimonio accumulato sarà sufficiente.

Non esiste una risposta unica. Più produttività, maggiore partecipazione al lavoro, innovazione, formazione, integrazione e nuove forme di organizzazione della cura possono contribuire ad affrontare una trasformazione che non è esclusivamente demografica.

Ma serve anche cambiare prospettiva.

Perché il problema non è soltanto avere meno giovani e più anziani. È continuare a misurare il benessere e organizzare la ricchezza secondo un modello di società che sta rapidamente cambiando.

La vera sfida del prossimo decennio sarà costruire un'economia nella quale vivere più a lungo non significhi trasferire più tardi le opportunità, concentrare su pochi le responsabilità e rendere il patrimonio familiare l'unica strada verso la sicurezza economica.

È da qui che dovrebbe partire un nuovo patto tra generazioni: non dalla contrapposizione tra chi ha accumulato ricchezza e chi deve ancora costruirla, ma dalla capacità di trasformare longevità, risparmio e capitale umano in opportunità condivise.

Perché il futuro economico dell'Italia non dipenderà soltanto da quanti saremo, ma soprattutto da come riusciremo a vivere, produrre e distribuire valore in una società profondamente diversa da quella che abbiamo conosciuto.

L'Italia è un Paese nel quale si vive sempre più a lungo, si fanno sempre meno figli e si continua ad accumulare una parte importante della ricchezza nel patrimonio familiare. Tre fenomeni che, considerati separatamente, sembrano raccontare questioni diverse: la longevità, la natalità e il risparmio. In realtà stanno trasformando insieme il modo in cui lavoriamo, consumiamo, investiamo e trasferiamo ricchezza tra generazioni.

Il punto è che questa trasformazione avviene mentre una parte rilevante delle nostre istituzioni economiche e delle abitudini familiari continua a essere organizzata intorno a una società diversa: più giovani, più lavoratori, famiglie più numerose e un percorso relativamente lineare che dal reddito da lavoro conduceva alla casa, al risparmio e infine alla pensione.

Quel modello non è scomparso, ma sta diventando sempre meno rappresentativo della realtà.

La questione demografica, quindi, non riguarda soltanto quanti italiani nasceranno domani. Riguarda soprattutto come vivranno, lavoreranno e costruiranno il proprio patrimonio quelli che ci sono già.

Un Paese che invecchia più velocemente di quanto riesca ad adattarsi

Gli ultimi dati ISTAT mostrano la portata del cambiamento. Nel 2025 in Italia sono nati circa 355 mila bambini, contro 652 mila decessi. Il numero medio di figli per donna è sceso a 1,14, mentre la speranza di vita ha raggiunto 81,7 anni per gli uomini e 85,7 per le donne.

ITALIA · INDICATORI DEMOGRAFICI 2025:
355.000 Nascite
1,14 Figli per donna
81,7 Speranza di vita uomini
85,7 Speranza di vita donne
Fonte: ISTAT, Indicatori demografici 2025, dati provvisori.

La popolazione complessiva è rimasta sostanzialmente stabile grazie al saldo migratorio positivo, che ha compensato quasi integralmente il saldo naturale negativo. Ma una popolazione stabile non significa una popolazione che mantiene la stessa struttura.

È proprio qui che si trova la trasformazione più importante.

Secondo le nuove previsioni ISTAT, nello scenario mediano la quota degli ultrasessantacinquenni salirà dal 24,7% del 2025 al 34,5% del 2050, mentre quella delle persone tra 15 e 64 anni scenderà dal 63,4% al 55,3%. In termini assoluti, significa quasi sette milioni di persone in età lavorativa in meno. Si tratta di proiezioni, naturalmente, soggette all'evoluzione della fecondità, delle migrazioni e della partecipazione al lavoro.

La conseguenza economica è profonda: una società con meno persone in età attiva deve trovare il modo di sostenere una popolazione anziana più numerosa e longeva.

Ma non possiamo leggere questo fenomeno soltanto come un problema di pensioni o di spesa sanitaria. Cambieranno la domanda di abitazioni, i servizi, i consumi, il mercato del lavoro e la distribuzione del risparmio.

E soprattutto cambierà il rapporto tra le generazioni.

Quando il lavoro non basta più, il patrimonio decide sempre di più

Per lungo tempo la costruzione della ricchezza personale si è fondata su una sequenza relativamente prevedibile: formazione, lavoro, crescita del reddito, acquisto della casa, risparmio e accumulazione patrimoniale.

Oggi quella sequenza incontra difficoltà crescenti.

Secondo l'OCSE, all'inizio del 2025 i salari reali italiani erano ancora inferiori del 7,5% rispetto all'inizio del 2021, nonostante il recupero registrato dopo la fase più intensa dell'inflazione.

Il problema non è soltanto il potere d'acquisto perduto. È la possibilità di costruire ricchezza attraverso il reddito corrente.

Quando i salari crescono lentamente e il costo della vita assorbe una parte significativa delle entrate, risparmiare diventa più difficile. L'acquisto della prima casa si sposta in avanti, l'autonomia economica arriva più tardi e il patrimonio familiare può diventare decisivo per compiere scelte che un tempo erano maggiormente sostenute dal lavoro.

I numeri di Banca d'Italia rendono evidente questa frattura. Alla fine del 2025, il 10% più ricco delle famiglie italiane deteneva il 60,6% della ricchezza netta complessiva, mentre alla metà meno abbiente spettava appena il 7,2%.

Naturalmente, ricchezza e reddito sono grandezze diverse. Ma quando il reddito da lavoro incontra maggiori difficoltà a trasformarsi in patrimonio, la ricchezza già posseduta dalla famiglia di origine può assumere un peso crescente nelle opportunità individuali.

Due giovani con la stessa formazione e lo stesso stipendio possono trovarsi davanti a possibilità radicalmente diverse se uno dispone di una casa o di un sostegno familiare e l'altro deve costruire tutto attraverso il proprio reddito.

È qui che la questione demografica incontra quella economica: in una società che invecchia, il patrimonio tende a rimanere più a lungo nelle generazioni anziane, mentre quelle giovani devono affrontare prima le decisioni economicamente più impegnative.

Il tema non è contrapporre giovani e anziani. È comprendere come rendere più efficace la circolazione della ricchezza tra generazioni, senza compromettere la sicurezza economica di chi vive più a lungo.

L'eredità arriva più tardi. Ma quando serve davvero il denaro?

L'allungamento della vita è una conquista straordinaria. Ma modifica anche il calendario economico delle famiglie.

Se i genitori vivono più a lungo, il trasferimento ereditario tende a spostarsi verso età più avanzate dei figli. Una persona può ricevere un patrimonio quando ha già superato i cinquant'anni, ha concluso le principali scelte familiari e professionali e magari sta iniziando a sostenere economicamente i propri genitori anziani.

Questo produce un paradosso: il patrimonio può arrivare quando il bisogno di costruire il proprio futuro è già stato in gran parte affrontato.

La questione diventa ancora più interessante se osserviamo quanto le aspettative ereditarie influenzino già oggi i comportamenti economici.

Uno studio di Banca d'Italia pubblicato nel luglio 2026, basato sui dati dell'Indagine sui bilanci delle famiglie del 2014, rileva che le famiglie che si aspettano di ricevere un'eredità presentano, rispetto alle altre, consumi più elevati, una minore propensione al risparmio e una maggiore probabilità di indebitarsi per consumi. Si tratta di associazioni osservate su dati storici, non di una misura diretta dei comportamenti attuali.

Il dato suggerisce comunque un elemento importante: il patrimonio familiare può influenzare le decisioni economiche prima ancora di essere effettivamente ricevuto.

Diventa quindi necessario ripensare il significato stesso della pianificazione patrimoniale.

Non soltanto quanto lasciare, ma quando trasferire, con quali strumenti e preservando quale autonomia economica per chi trasferisce.

In una società più longeva, il patrimonio deve sostenere contemporaneamente esigenze che un tempo erano più distanziate: finanziare la propria vecchiaia, contribuire all'autonomia dei figli, sostenere eventuali nipoti e affrontare costi sanitari o assistenziali che possono protrarsi per molti anni.

La trasmissione della ricchezza non può più essere considerata un evento isolato alla fine della vita. Diventa parte di una pianificazione intergenerazionale molto più lunga.

Famiglie più piccole, responsabilità più grandi

C'è poi un cambiamento che rischiamo di sottovalutare: non stiamo soltanto diventando più anziani, stiamo diventando anche famiglie più piccole.

Secondo ISTAT, nel biennio 2024-2025 il 37,1% delle famiglie italiane era composto da una sola persona. Vent'anni prima questa quota era il 25,9%. La dimensione media familiare è scesa da 2,6 a 2,2 componenti.

Le nuove previsioni indicano che, nello scenario mediano, entro il 2050 le persone che vivono sole potrebbero passare da 10 a 11,6 milioni. Tra queste, gli ultrasessantacinquenni potrebbero raggiungere i 6,6 milioni, rispetto ai 4,6 milioni del 2025.

Non significa che vivere soli coincida necessariamente con isolamento o fragilità. Significa però che la struttura familiare sulla quale abbiamo costruito una parte importante del nostro sistema di assistenza sta cambiando.

In passato più figli e reti parentali relativamente ampie potevano distribuire le responsabilità di cura tra diverse persone. Oggi le famiglie più piccole concentrano spesso quelle responsabilità su un numero minore di individui.

È la condizione della generazione sandwich: adulti che devono contemporaneamente sostenere figli, talvolta ancora economicamente dipendenti, e genitori sempre più anziani.

Il costo non è soltanto monetario. È fatto di tempo, disponibilità lavorativa, mobilità geografica e rinuncia a opportunità personali e professionali.

La longevità, quindi, non può essere misurata soltanto attraverso gli anni di vita guadagnati. Bisogna interrogarsi sulla qualità di quegli anni, sull'autonomia economica e sulla capacità delle famiglie e dei servizi di sostenere bisogni nuovi.

Una società più longeva ha bisogno di una nuova economia della cura.

E questo significa anche nuove opportunità per imprese e investimenti: abitazioni adattabili, tecnologie assistive, sanità territoriale, servizi finanziari dedicati alla longevità e strumenti capaci di trasformare patrimonio accumulato in sicurezza economica nel tempo.

Il risparmio italiano deve imparare a finanziare una vita diversa

L'Italia continua a essere un Paese con una cultura del risparmio significativa. Ma anche questa cultura deve confrontarsi con il cambiamento demografico.

L'Indagine sul Risparmio e sulle scelte finanziarie degli italiani 2026, realizzata da Intesa Sanpaolo e Centro Einaudi su 1.800 capifamiglia titolari di conto corrente, mostra che il 56% degli intervistati riesce a risparmiare e accantona mediamente l'11,9% del reddito disponibile.

La motivazione prevalente è precauzionale, indicata dal 40% del campione. Seguono pensione e casa, entrambe al 19%. Soltanto il 34% degli intervistati si aspetta di disporre di un reddito sufficiente a mantenere il proprio tenore di vita nei successivi dieci anni.

Sono dati che raccontano una contraddizione: continuiamo a risparmiare, ma siamo meno certi che quel risparmio sarà sufficiente per il futuro.

La casa, inoltre, rimane centrale nella ricchezza familiare. Nell'indagine rappresenta circa due terzi del patrimonio medio degli intervistati, stimato intorno ai 320 mila euro.
group.intesasanpaolo.com

È una ricchezza importante, ma non necessariamente liquida.

Possedere un'abitazione può garantire stabilità e ridurre alcuni costi della vita. Non significa però disporre automaticamente delle risorse necessarie per finanziare assistenza, consumi e autonomia durante una vecchiaia sempre più lunga.

Da qui nasce una domanda destinata a diventare centrale per il settore finanziario: come trasformare il patrimonio accumulato in una capacità di spesa sostenibile nel tempo, senza esporre le famiglie a rischi eccessivi o compromettere completamente il passaggio generazionale?

Per la consulenza finanziaria significa ampliare l'orizzonte. Non basta costruire un portafoglio in funzione dell'età anagrafica o di un obiettivo di rendimento. Occorre considerare la composizione familiare, il patrimonio immobiliare, le possibili necessità assistenziali e la durata sempre più incerta della fase successiva al pensionamento.

Perché una società che vive più a lungo ha bisogno di investire diversamente, ma anche di imparare a utilizzare diversamente la ricchezza che possiede.

La demografia viene spesso presentata come una minaccia futura, qualcosa che riguarda il 2050 o il 2080. Ma le sue conseguenze economiche sono già presenti nelle scelte quotidiane delle famiglie: nel giovane che rinvia l'acquisto della prima casa, nell'adulto che assiste un genitore, nel pensionato che deve preservare risorse per una vita più lunga, nell'impresa che fatica a trovare lavoratori e nel risparmiatore che si domanda se il patrimonio accumulato sarà sufficiente.

Non esiste una risposta unica. Più produttività, maggiore partecipazione al lavoro, innovazione, formazione, integrazione e nuove forme di organizzazione della cura possono contribuire ad affrontare una trasformazione che non è esclusivamente demografica.

Ma serve anche cambiare prospettiva.

Perché il problema non è soltanto avere meno giovani e più anziani. È continuare a misurare il benessere e organizzare la ricchezza secondo un modello di società che sta rapidamente cambiando.

La vera sfida del prossimo decennio sarà costruire un'economia nella quale vivere più a lungo non significhi trasferire più tardi le opportunità, concentrare su pochi le responsabilità e rendere il patrimonio familiare l'unica strada verso la sicurezza economica.

È da qui che dovrebbe partire un nuovo patto tra generazioni: non dalla contrapposizione tra chi ha accumulato ricchezza e chi deve ancora costruirla, ma dalla capacità di trasformare longevità, risparmio e capitale umano in opportunità condivise.

Perché il futuro economico dell'Italia non dipenderà soltanto da quanti saremo, ma soprattutto da come riusciremo a vivere, produrre e distribuire valore in una società profondamente diversa da quella che abbiamo conosciuto.

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