L'editoriale della settimana
a cura di Jonathan Figoli

Stiamo ancora investendo con una mappa del mondo che non esiste più?
Per anni abbiamo letto l’economia globale attraverso coordinate relativamente stabili. Gli Stati Uniti come centro finanziario del mondo, il dollaro come valuta dominante, l’Europa come grande polo economico e regolatorio, la Cina come fabbrica globale, la tecnologia come settore distinto dal resto dell’economia.
Quella mappa oggi non è più sufficiente.
Non perché tutto ciò che conoscevamo sia improvvisamente scomparso. Gli Stati Uniti restano il principale centro finanziario mondiale, il dollaro continua a occupare una posizione dominante e l’Europa mantiene un peso economico enorme. Ma le relazioni tra questi poli stanno diventando molto meno lineari.
La produzione si è spostata, il peso dell’Asia è cresciuto, le catene del valore sono diventate più frammentate e la competizione tra Stati Uniti e Cina riguarda ormai contemporaneamente manifattura, semiconduttori, intelligenza artificiale, dati, energia, infrastrutture e controllo delle piattaforme. La distinzione tra economia e geopolitica, che per molti anni abbiamo utilizzato per leggere i mercati, diventa sempre meno utile.
E c’è un secondo cambiamento, forse ancora più importante: la velocità con cui possono emergere nuovi centri di potere economico.
Un articolo dell’ultima edizione di The European Business Review, dedicato alla crescita delle aziende di frontiera dell’intelligenza artificiale, prova a misurare questa accelerazione. Microsoft ha impiegato circa 25 anni per raggiungere una scala di ricavi vicina ai 30 miliardi di dollari; Amazon circa 16 anni, Google 13-14, Meta 11-12. Secondo l’analisi, Anthropic potrebbe attraversare una scala comparabile in meno di cinque anni.
Il dato è interessante non tanto perché suggerisce quale azienda vincerà la corsa all’intelligenza artificiale, quanto perché mostra come stia cambiando la meccanica della crescita.
Le grandi piattaforme della precedente rivoluzione digitale crescevano soprattutto aumentando il numero di utenti: più ricerche per Google, più utenti per Facebook, più consumatori per Amazon, più lavoratori che utilizzavano Microsoft. Le nuove aziende di AI stanno iniziando invece a monetizzare non solo l’accesso al software, ma una parte crescente dell’attività cognitiva e operativa delle imprese: analisi, programmazione, supporto clienti, ricerca, decisioni, coordinamento.
È un passaggio che può sembrare tecnologico, ma in realtà è economico.
Le aziende di frontiera dell’AI possono infatti crescere sopra un’infrastruttura già costruita: cloud, API, sistemi di pagamento, ecosistemi di sviluppatori e infrastrutture globali esistono già. Le precedenti rivoluzioni tecnologiche dovevano costruire contemporaneamente il prodotto e l’ecosistema necessario alla sua diffusione; le nuove piattaforme possono partire da una base già pronta. Questo comprime enormemente il tempo tra innovazione e adozione globale.
Per un investitore, la conseguenza non è banale. Se le leadership economiche possono consolidarsi in periodi molto più brevi, anche le categorie utilizzate per interpretare i mercati rischiano di invecchiare più rapidamente.
Non riguarda soltanto la tecnologia.
La Corea del Sud, per esempio, è oggi uno dei sistemi di innovazione più intensi al mondo: nel 2025 era quarta nel Global Innovation Index e prima in Asia, mentre nel 2023 ha registrato quasi 200.000 domande di brevetto. Ma ciò che rende interessante il modello coreano non è solo quanto investe in innovazione: è la velocità con cui riesce a trasformare sperimentazione locale in scala globale, alternando una forte direzione centrale, fasi di sperimentazione decentralizzata e successiva standardizzazione.
Anche questo è un segnale di una mappa economica più complessa. Per molti decenni il baricentro dell’innovazione è stato interpretato soprattutto attraverso Stati Uniti ed Europa. Oggi la capacità di creare e scalare nuovi modelli arriva da un numero crescente di Paesi e di ecosistemi.
E questo ci riporta alla domanda più importante: i portafogli stanno cambiando alla stessa velocità del mondo che dovrebbero rappresentare?
Un indice globale può essere geograficamente diversificato e contemporaneamente concentrato economicamente. Un portafoglio può contenere centinaia di aziende ma dipendere in misura rilevante dagli stessi fattori: mercato americano, dollaro, grandi società tecnologiche, tassi statunitensi.
Allo stesso tempo, anche il concetto di “settore tecnologico” rischia di diventare sempre meno preciso. Se l’intelligenza artificiale entra nella finanza, nella logistica, nella manifattura, nella sanità e nei processi decisionali, la tecnologia non è più semplicemente un comparto: diventa un’infrastruttura trasversale dell’economia.
I dati sull’adozione dell’AI mostrano peraltro che questa trasformazione è ancora molto disomogenea. The European Business Review cita un’analisi secondo cui circa l’88% delle aziende utilizza già l’AI in almeno una funzione, ma solo il 6% dichiara un incremento dell’EBIT superiore al 5%. Un altro studio citato rileva che il 95% dei progetti pilota di generative AI non produce ancora un impatto misurabile sul conto economico.
Questo divario tra adozione e ritorni suggerisce prudenza. Le rivoluzioni tecnologiche non distribuiscono valore in modo uniforme. Molte aziende adottano una tecnologia; poche riescono a trasformarla in un vantaggio competitivo sostenibile.
La stessa ricerca osserva che le organizzazioni che ottengono risultati migliori tendono a investire molto più in persone e redesign dei processi che nella tecnologia in sé. Le aziende più avanzate destinerebbero circa il 70% delle risorse AI a persone e processi, contro una struttura quasi opposta nelle organizzazioni che faticano a ottenere risultati.
Anche questo è rilevante per gli investitori: non basta identificare la tecnologia vincente. Bisogna capire chi riesce realmente a trasformarla in produttività, margini e vantaggio competitivo.
La nuova mappa del mondo non sostituisce quella precedente dall’oggi al domani. Il dollaro non scompare, gli Stati Uniti non cessano di essere la principale potenza finanziaria e la Cina non diventa automaticamente il nuovo centro globale. È proprio questa sovrapposizione tra vecchi e nuovi equilibri a rendere il passaggio interessante.
Probabilmente entreremo in una fase in cui convivranno più centri di potere: finanziario, tecnologico, industriale, energetico e demografico. E non necessariamente saranno concentrati negli stessi Paesi.
Per chi investe, quindi, la domanda non dovrebbe essere soltanto “quale mercato salirà?”, ma qualcosa di più profondo:
le categorie con cui sto costruendo il mio portafoglio riflettono ancora il mondo in cui sto investendo?
È da questa domanda che nasce la newsletter di questa settimana. Abbiamo provato a guardarla da prospettive diverse: il rapporto tra Stati Uniti, Cina ed Europa, il futuro del dollaro, la crescita di asset alternativi come oro e Bitcoin e il ruolo sempre più centrale dell’intelligenza artificiale.
Non per prevedere quale sarà la prossima potenza dominante.
Ma per capire se la nostra mappa sta cambiando abbastanza velocemente quanto il territorio che dovrebbe rappresentare.
