
Stretto di Hormuz: perché l'energia resta il vero tallone d'Achille dell'Europa
La crisi di Hormuz dimostra che la vera sfida non è trovare nuovi fornitori, ma ridurre la dipendenza dagli idrocarburi
Negli ultimi anni l'Europa ha dovuto affrontare una delle più profonde trasformazioni della propria politica energetica. L'invasione dell'Ucraina da parte della Russia ha costretto governi e imprese a ripensare rapidamente approvvigionamenti, infrastrutture e strategie di sicurezza energetica. Molti osservatori hanno interpretato la progressiva riduzione delle importazioni russe come una soluzione definitiva a una storica vulnerabilità del continente.
Le recenti tensioni nello Stretto di Hormuz hanno però ricordato quanto il tema dell'energia rimanga centrale e quanto le fragilità del sistema europeo siano ancora presenti. Anche se la situazione dovesse tornare alla normalità, il problema non può essere considerato risolto.
Secondo Nicola Armaroli, dirigente di ricerca del CNR e autore di uno degli approfondimenti contenuti nel libro La Geopolitica del Denaro, l'Europa deve prendere atto di una realtà sempre più evidente: non basta cambiare fornitore. Occorre cambiare modello energetico.
Lo Stretto di Hormuz resta un nodo strategico globale
Quando si parla di Hormuz si tende spesso a pensare immediatamente al petrolio. In realtà il ruolo di questo passaggio marittimo è molto più ampio e coinvolge una vasta gamma di prodotti energetici fondamentali per l'economia mondiale.
Per l'Europa l'impatto diretto di una chiusura dello stretto sarebbe relativamente contenuto rispetto ad altre aree del pianeta. Le importazioni europee di petrolio provenienti da quella regione rappresentano infatti una quota limitata del fabbisogno complessivo. Diverso è invece il discorso per alcuni prodotti raffinati, in particolare i carburanti destinati al trasporto aereo, dove eventuali interruzioni prolungate potrebbero creare tensioni significative sul mercato.
Le conseguenze più pesanti si sono già manifestate in diverse economie asiatiche. In alcuni Paesi si sono registrate riduzioni degli orari lavorativi, limitazioni nell'utilizzo dei veicoli e difficoltà nell'approvvigionamento di GPL per uso domestico. Situazioni che dimostrano quanto il sistema energetico globale rimanga vulnerabile a crisi geopolitiche concentrate in pochi punti strategici del pianeta.
Anche per questo motivo la riapertura dello stretto, pur importante, non elimina il problema di fondo: la dipendenza da risorse energetiche che attraversano aree caratterizzate da elevata instabilità politica.
Dalla Russia all'Algeria: è cambiato il fornitore, non la dipendenza
Uno degli obiettivi principali perseguiti dall'Europa dopo il 2022 era ridurre la dipendenza energetica dalla Russia. Da questo punto di vista il risultato è stato raggiunto in tempi molto più rapidi di quanto molti analisti ritenessero possibile.
Tuttavia, osservando i dati sulle importazioni, emerge un elemento che merita attenzione. Nel caso italiano, il principale fornitore di gas è diventato l'Algeria, che oggi copre una quota molto rilevante del fabbisogno nazionale.
Questo significa che il problema della dipendenza non è stato eliminato, ma semplicemente spostato. Se prima il rischio era concentrato sulla Russia, oggi una parte significativa della sicurezza energetica italiana dipende da un altro singolo fornitore esterno.
Dal punto di vista geopolitico il miglioramento esiste, ma non è così profondo come potrebbe apparire a una prima analisi. L'Europa continua infatti a basare una parte importante della propria competitività economica su fonti energetiche importate e soggette a dinamiche internazionali che non può controllare direttamente.
È proprio questa fragilità strutturale che rende ogni nuova crisi energetica un campanello d'allarme per il continente.
La vera sfida è abbandonare progressivamente gli idrocarburi
Le crisi energetiche degli ultimi anni hanno avuto almeno un effetto positivo: hanno mostrato con chiarezza i limiti di un sistema fondato quasi esclusivamente sugli idrocarburi.
Per molto tempo il dibattito si è concentrato sulla ricerca di fornitori alternativi, sulla costruzione di nuovi gasdotti o sull'espansione delle infrastrutture per il gas naturale liquefatto. Sono tutte soluzioni utili nel breve periodo, ma non affrontano il nodo centrale della questione.
Secondo Armaroli, la vera sfida consiste nel ridurre progressivamente la dipendenza dalle fonti fossili, aumentando la produzione di energia da fonti rinnovabili e rafforzando l'elettrificazione dei consumi.
Si tratta di un percorso lungo e complesso che richiede investimenti, innovazione tecnologica e una forte volontà politica. Tuttavia rappresenta probabilmente l'unica strategia in grado di offrire all'Europa una maggiore autonomia energetica nel lungo termine.
Ogni crisi internazionale dimostra infatti quanto sia difficile costruire sicurezza energetica affidandosi esclusivamente a fornitori esterni, indipendentemente dal Paese da cui provengano le risorse.
Energia e competitività: una sfida decisiva per l'Europa
Il tema energetico non riguarda soltanto l'ambiente o la geopolitica. Riguarda direttamente la competitività economica del continente.
Le imprese europee si confrontano già oggi con costi energetici superiori rispetto a quelli sostenuti da molti concorrenti internazionali. In un contesto caratterizzato da crescente competizione globale, l'accesso a energia abbondante, stabile e sostenibile diventa un fattore decisivo per attrarre investimenti, sostenere l'industria e garantire crescita economica.
Per questo motivo il dibattito sull'energia non può essere affrontato come una questione emergenziale da risolvere di volta in volta. Deve diventare una componente strutturale della strategia economica europea.
La lezione che arriva da Hormuz, dall'Ucraina e dalle crisi degli ultimi anni è chiara: la sicurezza energetica non si costruisce cambiando semplicemente partner commerciali. Si costruisce riducendo progressivamente le dipendenze e investendo in un sistema più resiliente.
Ed è proprio questa la sfida che attende l'Europa nei prossimi decenni.
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