
Inflazione in rialzo? Il prezzo del petrolio racconta solo metà della storia
Oggi il vero problema non è il costo del greggio, ma quello della raffinazione, della logistica e delle scorte energetiche.
Quando il prezzo del petrolio sale, la reazione più immediata è pensare che sia quello il principale problema per l'economia mondiale.
In realtà, secondo Alessandro Volpi, professore di Storia contemporanea all'Università di Pisa, questa lettura è ormai incompleta.
Le tensioni nello Stretto di Hormuz mostrano infatti che il vero collo di bottiglia non riguarda soltanto l'estrazione del petrolio, ma tutta la filiera che porta il carburante fino a imprese e consumatori.
Perché il petrolio non è esploso come molti si aspettavano
Durante le fasi più acute della crisi nel Golfo Persico molti analisti prevedevano un'impennata del prezzo del greggio.
Questo non è accaduto.
Secondo Volpi, il motivo è duplice.
Da una parte, numerosi Paesi hanno immesso sul mercato parte delle proprie riserve strategiche, aumentando temporaneamente l'offerta.
Dall'altra, alcuni grandi produttori hanno trovato rotte alternative agli stretti più esposti, limitando l'impatto immediato sull'approvvigionamento.
Anche la Cina ha contribuito indirettamente alla stabilità dei prezzi grazie alle enormi scorte accumulate negli ultimi anni, riducendo la propria domanda sul mercato internazionale.
Il vero rischio si chiama raffinazione
L'aspetto meno noto riguarda però ciò che succede dopo l'estrazione.
Il prezzo che famiglie e imprese pagano non dipende soltanto dal valore del greggio, ma soprattutto dal costo dei prodotti raffinati: diesel, benzina e altri carburanti.
Ed è proprio qui che, secondo Volpi, si concentra oggi la maggiore fragilità.
Gli impianti di raffinazione sono distribuiti in modo disomogeneo e in alcuni Paesi, compresi gli Stati Uniti, la capacità produttiva non è sufficiente a soddisfare tutta la domanda interna.
Questo obbliga a importare carburanti già raffinati, aumentando costi, tempi e dipendenza dalle rotte internazionali.
Le rotte commerciali stanno diventando il vero collo di bottiglia
Il problema energetico non riguarda soltanto il petrolio.
Conta anche il percorso che le materie prime devono compiere.
Le tensioni nello Stretto di Hormuz, le difficoltà nel Mar Rosso, i rischi lungo Bab el-Mandeb e la crescente congestione dello Stretto di Malacca stanno rendendo sempre più costoso trasportare energia nel mondo.
A questo si aggiungono premi assicurativi più elevati, noli marittimi in aumento e tempi di consegna più lunghi.
Anche senza una vera scarsità di petrolio, questi fattori possono far aumentare il prezzo finale dell'energia.
Il prossimo banco di prova saranno le riserve strategiche
Secondo Volpi, il tema decisivo arriverà nei prossimi mesi.
Le riserve strategiche utilizzate per contenere i prezzi dovranno infatti essere ricostituite.
Se le tensioni geopolitiche dovessero proseguire, governi e grandi economie saranno costretti ad acquistare nuove quantità di petrolio e gas in un mercato già sotto pressione.
Questo potrebbe alimentare una nuova fase di rialzo dei prezzi energetici, proprio mentre l'economia globale continua a confrontarsi con crescita debole e inflazione ancora elevata.
L'energia è diventata una questione geopolitica
L'intervista evidenzia come oggi il prezzo dell'energia non dipenda soltanto dall'incontro tra domanda e offerta.
Contano sempre di più la sicurezza delle rotte marittime, la disponibilità di impianti di raffinazione, la gestione delle scorte e le decisioni geopolitiche dei grandi Paesi.
Per questo motivo osservare esclusivamente il prezzo del petrolio rischia di offrire una visione parziale.
Per comprendere davvero gli effetti economici delle crisi internazionali è necessario guardare all'intera filiera energetica, dalla produzione fino al trasporto e alla distribuzione dei carburanti.
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