top of page

Europa, Cina e Trump: chi sta vincendo davvero la sfida della transizione energetica?

Carbone e petrolio? La vera sfida si è spostata sulla capacità industriale, tecnologica e strategica di governare l’elettrificazione.


Donald Trump ha costruito una parte importante della propria proposta politica sulla difesa delle fonti fossili e sulla promessa di riportare il carbone americano ai livelli del passato, presentandosi come l’avversario della transizione energetica e descrivendo il cambiamento climatico come un vincolo imposto all’economia degli Stati Uniti. A distanza di dieci anni, però, i risultati raccontano una storia molto diversa, perché la produzione elettrica da carbone è diminuita, le fonti rinnovabili hanno continuato a crescere e persino gli Stati più vicini politicamente al presidente, come il Texas, sono diventati protagonisti nello sviluppo dell’energia eolica.


Secondo Nicola Armaroli, dirigente di ricerca del CNR, il caso americano dimostra che una trasformazione tecnologica ormai economicamente conveniente e industrialmente consolidata non può essere fermata soltanto attraverso una scelta ideologica. La politica può rallentarne alcuni passaggi, modificare gli incentivi e proteggere settori tradizionali, ma difficilmente può cancellare innovazioni che hanno raggiunto competitività, diffusione commerciale e una crescente rilevanza strategica.


La transizione energetica è più forte della volontà politica

Durante la sua prima campagna elettorale Trump prometteva il rilancio dell’industria carbonifera, arrivando a presentarsi agli elettori con un badile in mano per simboleggiare il ritorno dell’estrazione mineraria. Quella promessa, tuttavia, non si è concretizzata: negli ultimi dieci anni la produzione americana di carbone si è ridotta di circa un terzo, mentre la generazione elettrica legata a questa fonte si è dimezzata.


Nello stesso periodo le rinnovabili hanno continuato a svilupparsi, non soltanto negli Stati governati dai democratici, ma anche in territori tradizionalmente repubblicani, dove l’energia eolica e solare ha generato investimenti, occupazione e nuove opportunità industriali. Gli stessi imprenditori vicini all’amministrazione hanno dovuto ricordare alla Casa Bianca che colpire queste tecnologie significa danneggiare aziende, filiere e capitali in larga parte americani.


La spiegazione è soprattutto economica. Quando una tecnologia diventa competitiva e matura, non dipende più esclusivamente dagli incentivi pubblici o dalla sensibilità ambientale dei governi, perché entra nelle strategie delle imprese, nei piani degli investitori e nelle decisioni dei consumatori. È questa la ragione per cui, nonostante le politiche contrarie di Trump, la transizione energetica ha continuato ad avanzare.


Il paradosso di Trump

La politica energetica trumpiana ha favorito l’aumento dell’estrazione e delle esportazioni di petrolio e gas, con gli Stati Uniti diventati un fornitore sempre più importante per l’Europa dopo la riduzione delle forniture russe. Allo stesso tempo, però, le tensioni con Venezuela e Iran e la maggiore instabilità delle rotte energetiche hanno reso ancora più evidente la vulnerabilità di un sistema fondato sulla dipendenza dalle fonti fossili e da fornitori esposti a crisi geopolitiche.


Da questo punto di vista, Trump rappresenta un paradosso storico. Ha cercato di contrastare la transizione energetica, ma alcune delle sue scelte hanno aumentato la consapevolezza, soprattutto in Europa, della necessità di ridurre le dipendenze, diversificare gli approvvigionamenti e accelerare lo sviluppo di fonti domestiche.


La transizione non procede quindi soltanto per ragioni climatiche. Avanza anche perché l’energia è diventata una questione di sicurezza nazionale, autonomia industriale e stabilità economica. Più il sistema internazionale diventa conflittuale, più l’elettrificazione e le rinnovabili assumono un valore geopolitico.


La Cina ha trasformato l’elettrificazione in una strategia nazionale

Mentre Stati Uniti ed Europa discutevano della velocità della transizione, la Cina ha costruito una strategia industriale di lungo periodo, comprendendo con anticipo che la dipendenza da petrolio e gas rappresentava una vulnerabilità strutturale.


Il Paese è uscito dalla povertà economica ed energetica attraverso il carbone, risorsa disponibile in quantità significative sul proprio territorio, ma durante la crescita si è trovato costretto a importare quantità sempre maggiori di combustibili fossili che non possedeva in misura sufficiente. Per questo, già venti o venticinque anni fa, ha scelto di puntare sull’elettrificazione dei consumi finali e sulla leadership nelle tecnologie necessarie a sostenerla.


Oggi circa il 30% dei consumi finali cinesi è elettrificato, contro percentuali comprese tra il 20 e il 22% negli Stati Uniti e in Europa. Non si tratta soltanto di una differenza quantitativa, ma del risultato di una politica industriale che ha permesso alla Cina di diventare leader nella produzione di pannelli fotovoltaici, batterie, turbine eoliche e veicoli elettrici.


Questo primato non nasce esclusivamente dal controllo delle materie prime o da costi di produzione inferiori. È il frutto di investimenti in manifattura, ricerca scientifica e conoscenza tecnologica, come dimostra la crescita impressionante delle pubblicazioni cinesi nelle principali riviste internazionali e la capacità di trasformare rapidamente i risultati della ricerca in applicazioni industriali.


L’Europa ha perso tempo, non necessariamente la partita

L’Europa è stata tra le prime aree del mondo a comprendere la necessità della transizione energetica e ha costruito con il Green Deal un quadro politico particolarmente ambizioso. Questa posizione di avanguardia, tuttavia, non si è tradotta in una leadership industriale altrettanto forte.


Il continente ha sostenuto lo sviluppo delle rinnovabili, dell’auto elettrica e dell’efficienza energetica, ma nel frattempo ha lasciato che una parte crescente delle filiere produttive si spostasse in Asia. Oggi dipende dalla Cina per pannelli solari, batterie, componentistica e numerose materie prime, mentre fatica a esprimere aziende capaci di dominare i mercati globali nei settori della mobilità, del digitale, dell’intelligenza artificiale e delle nuove tecnologie energetiche.


Il problema non è la mancanza di competenze. In Europa esistono centri di ricerca, industrie specializzate e un tessuto di piccole e medie imprese tecnologiche di grande qualità. Ciò che manca è la capacità di trasformare queste risorse in soggetti industriali di scala globale, sostenuti da una strategia comune e da investimenti coerenti nel lungo periodo.


Ogni Paese continua invece a muoversi secondo i propri interessi, anche nei rapporti commerciali con la Cina, riducendo la forza negoziale e impedendo la costruzione di un vero sistema industriale europeo.


Dalle miniere alla ricerca, serve una politica industriale completa

Recuperare terreno richiede un progetto molto più ampio della semplice installazione di nuovi impianti rinnovabili. La transizione energetica coinvolge l’intera catena del valore, a partire dall’accesso alle materie prime, passando per la ricerca scientifica e la produzione industriale, fino alla capacità di costruire aziende competitive su scala internazionale.


L’Europa ha progressivamente rinunciato all’estrazione mineraria interna, spostando altrove le attività considerate troppo impattanti e affidandosi a fornitori esteri. Questa scelta ha ridotto i costi ambientali sul territorio europeo, ma ha creato una dipendenza che oggi pesa sulla sicurezza delle filiere.


Tornare protagonisti significa quindi valutare anche la riapertura di attività estrattive sul suolo europeo, naturalmente secondo standard ambientali e sociali elevati, investendo contemporaneamente nella ricerca, nelle tecnologie di riciclo, nella manifattura avanzata e nella formazione delle competenze necessarie.


È un’operazione enorme, che non può essere realizzata da singoli Stati né affidata esclusivamente al mercato. Richiede una leadership politica forte, una visione industriale comune e la capacità di accettare che la transizione energetica non sia soltanto una politica ambientale, ma uno dei principali terreni della competizione economica globale.


Trump può provare a rallentare questo processo, ma difficilmente potrà invertirlo. La vera domanda riguarda piuttosto chi controllerà le tecnologie, le materie prime e le filiere della nuova economia energetica. Su questo terreno la Cina è già molto avanti, mentre l’Europa deve decidere rapidamente se tornare a essere protagonista o limitarsi a consumare innovazioni sviluppate altrove.



Guarda l'intervista completa su FinanceTV o ascolta

il Podcast FinanceTV Talks - Le Voci dell'Economia

logo_PF_vettoriale_white-01.png

fa parte del gruppo

Logo PFEconomy.png

Il più importante hub per la divulgazione

della cultura economica e finanziaria

  • Linkedin
  • Facebook
  • Instagram
  • Youtube

© PFHolding Srl

bottom of page