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Salari fermi e disuguaglianze in aumento: perché gli italiani si sentono più poveri

Debito elevato, salari reali in calo e ricchezza sempre più concentrata descrivono un Paese che fatica a trasformare la crescita in benessere diffuso.




Quando si parla delle difficoltà economiche italiane il dibattito tende a concentrarsi quasi esclusivamente sul tasso di crescita del PIL. È certamente un indicatore fondamentale, ma osservato da solo rischia di fornire un'immagine incompleta della realtà. Un'economia può crescere lentamente per molti anni senza produrre un vero impoverimento della popolazione, così come può registrare una crescita positiva distribuendone però i benefici in modo fortemente diseguale. È proprio l'intreccio tra bassa crescita, dinamica demografica e distribuzione della ricchezza a rappresentare oggi uno dei principali nodi strutturali del Paese.


Secondo Giovanni Candigliota, responsabile Area Economica Eurispes, i dati macroeconomici descrivono un'Italia che continua a rappresentare una delle principali economie europee, ma che fatica a ritrovare un sentiero di sviluppo in grado di migliorare il benessere delle famiglie e rafforzare la propria competitività nel lungo periodo.


Un'economia grande, ma con prospettive di crescita modeste

Con un prodotto interno lordo di circa 2.300 miliardi di euro, l'Italia rimane la terza economia dell'Unione Europea e contribuisce a circa il 12-13% della ricchezza complessivamente prodotta nel continente. Si tratta di un peso economico ancora molto rilevante, che testimonia la solidità del sistema produttivo italiano e la presenza di un'importante base industriale.


Questa fotografia, tuttavia, deve essere letta insieme ad altri indicatori. Il rapporto debito pubblico/PIL continua infatti a collocarsi intorno al 138%, un livello significativamente superiore a quello già considerato problematico negli anni Novanta. Parallelamente, le principali organizzazioni internazionali stimano per i prossimi anni una crescita compresa tra lo 0,5% e lo 0,8%, inferiore alla media europea nonostante il contributo straordinario rappresentato dalle risorse del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.


Il problema non è soltanto crescere poco in termini assoluti, ma crescere meno dei propri concorrenti. Quando questo fenomeno si prolunga per molti anni, il divario di produttività, investimenti e reddito tende inevitabilmente ad ampliarsi.


Il vero problema è che i salari non seguono l'economia

Se il PIL racconta l'andamento complessivo del Paese, sono i salari reali a descrivere la condizione concreta delle famiglie.

Negli ultimi due decenni l'Italia rappresenta un caso quasi unico tra le principali economie europee. Tra il 2001 e il 2023 i salari reali, cioè il reddito disponibile al netto dell'inflazione, sono diminuiti di circa il 3,3%, mentre nello stesso periodo Francia e Germania hanno registrato incrementi rispettivamente vicini al 19% e al 15%, con la Spagna anch'essa in territorio positivo.


Anche restringendo l'analisi agli anni successivi alla crisi finanziaria del 2008, la situazione non cambia in modo sostanziale. Il potere d'acquisto dei lavoratori italiani continua a risultare inferiore rispetto al periodo precedente, con una perdita stimata intorno al 6,7%.


Questi dati aiutano a comprendere perché molte famiglie percepiscano una distanza crescente tra gli indicatori macroeconomici e la propria esperienza quotidiana. Se i redditi reali ristagnano o diminuiscono, anche la capacità di risparmiare, consumare e investire tende inevitabilmente a ridursi, alimentando un circolo vizioso che limita ulteriormente la crescita.


La ricchezza si concentra sempre di più

Alla debole dinamica salariale si affianca un secondo fenomeno, altrettanto significativo: la crescente concentrazione della ricchezza.

Secondo i dati richiamati da Cuniberti, il 10% delle famiglie italiane più ricche detiene circa il 60% della ricchezza complessiva del Paese, mentre la metà delle famiglie possiede poco più del 7% del patrimonio nazionale. Si tratta di una distribuzione molto lontana da quella che potrebbe essere definita equilibrata e che evidenzia come la ricchezza prodotta tenda sempre più a concentrarsi nelle fasce già patrimonializzate.


Il fenomeno emerge con particolare evidenza osservando la crescita dei grandi patrimoni. Nel solo 2024 i 71 miliardari italiani hanno visto aumentare complessivamente la propria ricchezza di oltre 61 miliardi di euro, raggiungendo un patrimonio aggregato superiore ai 270 miliardi.


Naturalmente questo non significa che l'arricchimento dei grandi patrimoni rappresenti di per sé un problema. Diventa però un elemento di riflessione quando avviene parallelamente a una stagnazione dei redditi da lavoro e a una progressiva erosione della capacità economica del ceto medio.


Demografia e produttività amplificano il problema

Le difficoltà italiane non possono essere spiegate esclusivamente attraverso la distribuzione della ricchezza. A incidere sono anche fattori strutturali come il progressivo invecchiamento della popolazione, la riduzione della forza lavoro disponibile e una crescita della produttività inferiore rispetto a quella registrata in altri Paesi europei.


Una popolazione più anziana significa una quota crescente di persone fuori dal mercato del lavoro e una pressione sempre maggiore sulla spesa sanitaria e previdenziale. Se contemporaneamente diminuisce il numero dei lavoratori e la produttività non aumenta abbastanza rapidamente, diventa inevitabilmente più difficile sostenere sia la crescita economica sia il welfare.

In questo contesto anche l'innovazione tecnologica assume un ruolo decisivo.


Digitalizzazione, automazione e intelligenza artificiale possono contribuire ad aumentare l'efficienza delle imprese e compensare almeno in parte il calo della popolazione attiva. Tuttavia, senza investimenti diffusi e senza un incremento delle competenze, il rischio è che i benefici della trasformazione tecnologica si concentrino ulteriormente nelle imprese e nelle persone già più competitive.


La sfida è ricostruire una crescita inclusiva

L'Italia continua a disporre di un tessuto imprenditoriale di qualità, di una forte capacità manifatturiera e di importanti competenze professionali. La questione centrale non riguarda quindi soltanto quanto il Paese riesca a produrre, ma come la ricchezza generata venga trasformata in salari, investimenti, produttività e opportunità diffuse.


Una crescita stabilmente inferiore alla media europea, accompagnata da un progressivo aumento della concentrazione patrimoniale e dall'indebolimento del reddito da lavoro, rischia infatti di produrre conseguenze che vanno oltre l'economia. Si riduce la mobilità sociale, aumenta la difficoltà delle nuove generazioni a costruire patrimonio e cresce la distanza tra chi beneficia dei rendimenti del capitale e chi dipende principalmente dal proprio lavoro.


Per questo il dibattito sulla crescita italiana non dovrebbe limitarsi agli indicatori macroeconomici, ma interrogarsi anche sulla qualità dello sviluppo. La sostenibilità di un sistema economico non dipende soltanto dalla sua capacità di produrre ricchezza, ma anche dalla possibilità che quella ricchezza alimenti investimenti, innovazione e benessere diffuso, evitando che il divario tra patrimoni e redditi continui ad ampliarsi.

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