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La formazione sull’AI non è un costo: può diventare il vantaggio competitivo delle imprese italiane

Per le piccole e medie imprese la regolamentazione non deve diventare un alibi per rinviare l’innovazione, ma uno strumento per introdurre correttamente l’AI.



L’intelligenza artificiale è destinata a entrare in modo sempre più profondo nel tessuto produttivo italiano, coinvolgendo non soltanto le grandi aziende tecnologiche, ma anche quelle piccole e medie imprese che costituiscono la parte più rilevante del sistema economico nazionale e che, proprio per le loro dimensioni, possono incontrare maggiori difficoltà nell’affrontare trasformazioni organizzative, investimenti digitali e nuovi obblighi normativi.


Secondo Gabriele Franco, avvocato specializzato in diritto delle nuove tecnologie, privacy e intelligenza artificiale, il rischio principale è che molte imprese interpretino l’AI Act come un ulteriore ostacolo burocratico e decidano di rinviare l’adozione dell’intelligenza artificiale per timore dei costi, delle sanzioni o della complessità degli adempimenti, quando in realtà la normativa europea, se studiata e applicata correttamente, potrebbe diventare uno strumento capace di accelerare l’innovazione.


Il primo ostacolo è la paura della regolamentazione

Per una piccola impresa, la comparsa di una nuova normativa può generare una reazione immediata e comprensibile: se l’utilizzo dell’intelligenza artificiale richiede nuovi obblighi, documenti, valutazioni e competenze, la scelta apparentemente più semplice può essere quella di non adottarla o di limitarne fortemente l’impiego.


Questa lettura, però, nasce spesso da una conoscenza superficiale dell’AI Act, perché il regolamento europeo non impone lo stesso livello di controllo a ogni sistema di intelligenza artificiale, ma applica un approccio fondato sul rischio, concentrando gli obblighi più rilevanti sugli utilizzi capaci di incidere maggiormente sui diritti, sulla sicurezza e sulle opportunità delle persone.


La maggior parte delle applicazioni ordinarie utilizzate nelle aziende, come gli strumenti di supporto alla scrittura, all’analisi dei dati, alla produttività, al servizio clienti o all’organizzazione interna, non rientra automaticamente nelle categorie sottoposte agli adempimenti più onerosi.


Conoscere la normativa serve quindi anche a comprendere quando non si applica, evitando che un timore generico della compliance blocchi sperimentazioni che potrebbero essere avviate in modo relativamente semplice.


L’AI entrerà nelle imprese comunque

La domanda non è più se l’intelligenza artificiale entrerà nelle aziende italiane, ma con quale livello di consapevolezza e organizzazione verrà introdotta.


I dipendenti stanno già utilizzando strumenti generativi per scrivere testi, sintetizzare documenti, produrre immagini, analizzare informazioni o automatizzare alcune attività, spesso senza che l’impresa abbia definito regole chiare sulla protezione dei dati, sulla verifica dei risultati e sulla responsabilità delle decisioni.


In assenza di un approccio strutturato, l’adozione non si interrompe, ma avviene in modo informale e frammentato, esponendo le organizzazioni a rischi legati alla riservatezza delle informazioni, alla qualità degli output, alle violazioni della proprietà intellettuale e alla perdita di controllo sui processi.


Per questo la regolamentazione può svolgere una funzione positiva, perché costringe le imprese a trasformare l’utilizzo spontaneo e individuale dell’AI in un percorso organizzativo più consapevole, nel quale siano definiti strumenti autorizzati, responsabilità, procedure di verifica e limiti di utilizzo.


La formazione obbligatoria può diventare un acceleratore

Uno degli aspetti più rilevanti dell’AI Act riguarda la necessità di garantire un adeguato livello di alfabetizzazione sull’intelligenza artificiale alle persone che utilizzano o gestiscono questi sistemi.


Per molte imprese questo obbligo può apparire come un costo ulteriore, soprattutto in un contesto nel quale il tempo dedicato alla formazione viene spesso percepito come sottratto alle attività produttive, ma Franco invita a rovesciare questa prospettiva, perché senza competenze diffuse l’AI difficilmente può produrre reali incrementi di efficienza.


La formazione non dovrebbe limitarsi a spiegare quali strumenti esistono, ma dovrebbe aiutare le persone a comprendere come formulare richieste efficaci, verificare le risposte, riconoscere errori e distorsioni, proteggere le informazioni riservate e distinguere le attività che possono essere automatizzate da quelle che richiedono ancora un giudizio umano.


In una piccola impresa, dove spesso le competenze sono concentrate in poche persone e molte decisioni dipendono direttamente dall’imprenditore, costruire una cultura condivisa dell’intelligenza artificiale può ridurre la dipendenza dall’“uomo azienda” e rendere l’innovazione più scalabile.


Dalla compliance alla competitività

Il vero cambio di prospettiva consiste nel considerare la conformità normativa non come un costo difensivo, ma come un investimento nella credibilità dell’impresa.


Clienti, fornitori e partner mostrano una crescente preoccupazione rispetto all’uso dell’intelligenza artificiale, soprattutto quando vengono trattati dati personali, informazioni riservate o processi capaci di produrre decisioni rilevanti. Il timore di perdere il controllo, di subire discriminazioni algoritmiche o di non comprendere come siano state elaborate determinate conclusioni può rallentare l’adozione più della tecnologia stessa.


Un’impresa capace di dimostrare che utilizza sistemi selezionati, sicuri e sottoposti a controllo umano può quindi costruire un vantaggio competitivo, perché riduce l’incertezza delle controparti e rafforza la fiducia nel proprio modo di operare.


La compliance diventa così parte della proposta di valore, soprattutto nei settori professionali, finanziari, sanitari, assicurativi e nei servizi alle imprese, dove affidabilità e responsabilità possono contare quanto la velocità e il prezzo.


Le PMI possono innovare senza trasformarsi in aziende tecnologiche

Una piccola impresa non deve necessariamente costruire modelli proprietari o assumere grandi team di specialisti per ottenere benefici dall’intelligenza artificiale.


L’innovazione può iniziare da attività circoscritte e misurabili, come la gestione documentale, la preparazione di offerte, l’assistenza al cliente, l’analisi dei dati commerciali, la pianificazione della produzione o il supporto alle funzioni amministrative, scegliendo strumenti adeguati e verificando concretamente il tempo risparmiato, la qualità prodotta e i rischi introdotti.


L’AI Act può aiutare a creare un perimetro, distinguendo gli usi a basso rischio da quelli che richiedono maggiore attenzione e permettendo alle imprese di stabilire priorità coerenti con le proprie dimensioni.


Il problema non è quindi essere piccoli, ma adottare la tecnologia senza metodo, inseguendo mode, acquistando soluzioni sovradimensionate o delegando interamente le decisioni a fornitori esterni senza sviluppare competenze interne.


Il rischio maggiore è restare immobili

Le imprese italiane partono da una posizione complessa, caratterizzata da una produttività stagnante, una digitalizzazione disomogenea e una forte presenza di aziende nelle quali conoscenze, relazioni e decisioni sono concentrate nella figura dell’imprenditore.


Proprio per questo l’intelligenza artificiale può avere un impatto particolarmente rilevante, perché consente di codificare parte della conoscenza aziendale, automatizzare attività ripetitive, rendere più accessibili dati e informazioni e liberare tempo da dedicare alle decisioni che richiedono esperienza, creatività e capacità relazionale.


La regolamentazione non potrà sostituire gli investimenti, la leadership e la volontà di cambiare, ma può offrire una struttura entro la quale sperimentare con maggiore sicurezza.

Per le PMI italiane la vera minaccia non è l’AI Act, ma il rischio di utilizzare la normativa come giustificazione per non innovare, mentre concorrenti più preparati trasformano l’intelligenza artificiale in maggiore efficienza, qualità e capacità di competere.


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