
L'AI nelle PMI: la vera rivoluzione parte dall'organizzazione, non dalla tecnologia
Se dati, processi e competenze non sono organizzati, non si aumenta l'efficienza, si rischia di automatizzare gli errori invece che il valore.
L'intelligenza artificiale è ormai entrata nell'agenda di quasi tutte le imprese italiane. Le aziende acquistano licenze, sperimentano nuovi strumenti e osservano con interesse le evoluzioni del mercato. Tuttavia, in molti casi, l'adozione dell'AI rischia di fermarsi alla superficie: si introducono nuove piattaforme senza ripensare l'organizzazione aziendale e senza comprendere quali problemi si vogliano realmente risolvere.
Secondo Massimo Cerofolini, questo è il primo errore da evitare. L'intelligenza artificiale non dovrebbe essere il punto di partenza della trasformazione, ma lo strumento con cui affrontare inefficienze che esistono già all'interno delle organizzazioni.
Prima viene il problema, poi la tecnologia
L'approccio corretto non consiste nel chiedersi quale piattaforma acquistare o quale modello utilizzare, ma nell'individuare le attività che rallentano il lavoro quotidiano.
Molte piccole e medie imprese italiane conservano ancora il proprio patrimonio informativo in documenti sparsi, archivi poco organizzati, procedure tramandate verbalmente o sistemi che non comunicano tra loro. In questo contesto, introdurre l'intelligenza artificiale senza una revisione dei processi rischia di produrre risultati deludenti.
L'AI è infatti un acceleratore: se i dati sono ordinati, coerenti e facilmente accessibili, aumenta l'efficienza; se invece trova disordine e informazioni frammentate, finisce semplicemente per amplificare errori, incongruenze e risposte poco affidabili.
Organizzare la conoscenza aziendale è il primo investimento
Prima ancora di parlare di algoritmi, le imprese dovrebbero mappare il proprio patrimonio informativo.
Significa ricostruire i processi, capire come circolano le informazioni, digitalizzare procedure ancora gestite manualmente e creare basi dati omogenee che possano essere lette e utilizzate efficacemente dai sistemi di intelligenza artificiale.
Anche un esercizio apparentemente semplice, come annotare per alcuni giorni tutte le attività svolte dai collaboratori, permette spesso di individuare numerose operazioni ripetitive che possono essere automatizzate.
Sono proprio queste attività, prive di particolare valore aggiunto, a rappresentare il primo terreno sul quale l'intelligenza artificiale può generare benefici concreti, liberando tempo per attività più strategiche e creative.
Servono figure capaci di collegare tecnologia e business
Uno degli aspetti più interessanti riguarda il profilo delle competenze richieste.
Secondo Cerofolini, le imprese non hanno necessariamente bisogno di assumere grandi specialisti informatici. Hanno invece bisogno di persone capaci di dialogare contemporaneamente con l'area finanziaria, il marketing, l'ICT e le diverse funzioni aziendali, traducendo esigenze operative in soluzioni tecnologiche.
La vera novità introdotta dall'intelligenza artificiale è infatti il linguaggio. Oggi non è più necessario conoscere linguaggi di programmazione per interagire con sistemi estremamente sofisticati: diventa invece fondamentale saper formulare richieste chiare, comprendere i processi aziendali e costruire connessioni tra competenze differenti.
Per questo motivo assumono valore anche figure provenienti da percorsi umanistici, capaci di interpretare il linguaggio, sintetizzare informazioni e costruire relazioni tra discipline diverse. La trasformazione digitale non richiede soltanto competenze tecniche, ma una nuova capacità di integrazione tra conoscenze.
Il rischio nascosto è la Shadow AI
Accanto alle opportunità emerge però anche un rischio spesso sottovalutato: la cosiddetta Shadow AI.
Sempre più dipendenti utilizzano strumenti di intelligenza artificiale autonomamente, senza che l'azienda abbia definito regole o procedure. È frequente che documenti riservati, contratti, brevetti, elenchi clienti o altre informazioni strategiche vengano caricati inconsapevolmente su piattaforme esterne.
Questo comportamento può compromettere uno degli asset più importanti dell'impresa: il proprio patrimonio informativo. La conoscenza aziendale rappresenta infatti un vantaggio competitivo costruito nel tempo e deve essere protetta attraverso politiche di governance, formazione e utilizzo consapevole degli strumenti di AI.
Meglio piccoli progetti che grandi rivoluzioni
Secondo Cerofolini, anche l'approccio agli investimenti dovrebbe essere graduale.
Piuttosto che avviare costosi progetti di trasformazione, è preferibile partire da problemi specifici e facilmente misurabili. Individuare un processo inefficiente, sperimentare una soluzione basata sull'intelligenza artificiale, verificarne i risultati e solo successivamente estendere il modello ad altre aree aziendali.
Questo metodo consente di limitare i rischi, comprendere rapidamente il valore della tecnologia e costruire competenze interne senza interrompere l'operatività dell'impresa.
L'intelligenza artificiale non sostituisce le persone, ma cambia il loro lavoro
Per il tessuto imprenditoriale italiano, composto prevalentemente da piccole e medie imprese, la sfida non consiste nel sostituire collaboratori con l'intelligenza artificiale, ma nel ripensare l'organizzazione del lavoro.
L'AI può automatizzare attività ripetitive, velocizzare processi e migliorare la produttività, ma il vero vantaggio competitivo continuerà a dipendere dalle persone: dalla loro capacità di organizzare la conoscenza, interpretare i dati, prendere decisioni e integrare la tecnologia all'interno dei processi aziendali.
In questo scenario, la trasformazione digitale non sarà guidata dagli algoritmi, ma dalla qualità del management e dalla capacità delle imprese di evolvere il proprio modello organizzativo.
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