
Giovani e futuro: perché è cambiato il rapporto con lavoro e successo
Dopo la crisi della famiglia tradizionale, anche il lavoro ha smesso di essere il principale strumento attraverso cui costruire la propria identità.
Per decenni il lavoro è stato molto più di una semplice fonte di reddito. Era il luogo nel quale si costruiva l'identità personale, si conquistava uno status sociale e si immaginava il proprio futuro. Alla domanda "chi sei?" si rispondeva quasi automaticamente indicando la propria professione, mentre il percorso verso l'età adulta era scandito da tappe relativamente prevedibili: trovare un impiego stabile, costruire una coppia e, successivamente, una famiglia.
Oggi questo schema si è profondamente trasformato. Secondo Matteo Lancini, psicologo, psicoterapeuta e docente di Psicologia all'Università di Milano-Bicocca, il cambiamento non riguarda semplicemente una diversa concezione del work-life balance, ma investe direttamente il rapporto tra le nuove generazioni e il significato stesso del lavoro.
Prima è cambiata la famiglia, poi il lavoro
Per comprendere il presente occorre partire da una trasformazione iniziata molto prima dell'ingresso dei giovani nel mercato del lavoro.
Per lungo tempo il principale passaggio psicologico verso l'età adulta era rappresentato dalla costruzione di una coppia stabile e dalla nascita dei figli. Quel modello ha progressivamente perso centralità in una società nella quale la sessualità si è separata dalla procreazione, le relazioni hanno assunto forme più fluide e il numero delle famiglie composte da una sola persona continua ad aumentare.
In città come Milano e Bologna, ricorda Lancini, le famiglie unipersonali rappresentano ormai oltre la metà del totale. È un dato che racconta un cambiamento culturale prima ancora che demografico.
Venuto meno il ruolo della famiglia come principale riferimento identitario, è stato il lavoro ad assumere questa funzione. Per molti anni il progetto professionale è diventato il nuovo centro attorno al quale costruire la propria realizzazione personale.
Oggi, però, anche questo equilibrio sta entrando in crisi.
Non è solo una questione di work-life balance
La narrazione più diffusa attribuisce il diverso rapporto dei giovani con il lavoro alla ricerca di un maggiore equilibrio tra vita privata e professionale o a una minore disponibilità al sacrificio.
Secondo Lancini questa spiegazione è riduttiva.
Il problema è molto più profondo e riguarda il rapporto di fiducia tra le nuove generazioni e il mondo adulto.
Molti giovani non vedono più nel lavoro un luogo nel quale esprimere autenticamente la propria identità, ma uno spazio che rischia di comprimerla, adattarla o addirittura falsificarla. Non è semplicemente una richiesta di lavorare meno, ma il bisogno di trovare contesti coerenti con i propri valori e capaci di riconoscere la persona prima ancora del ruolo professionale.
Per questo motivo interpretare il fenomeno come mancanza di impegno o scarsa voglia di lavorare rischia di impedire una reale comprensione del problema.
La sfiducia verso gli adulti è il vero nodo
Per Lancini il punto centrale è la crisi di credibilità del mondo adulto.
Le nuove generazioni sono cresciute osservando adulti che, nella loro percezione, hanno privilegiato interessi individuali, trascurando spesso le responsabilità verso il futuro, l'ambiente, i figli e la società nel suo complesso.
Questo produce una conseguenza importante anche all'interno delle organizzazioni.
Le proposte provenienti dalle imprese vengono guardate con maggiore sospetto rispetto al passato. Non basta più offrire una carriera, uno stipendio o un percorso di crescita: i giovani chiedono di capire il senso del lavoro, la qualità delle relazioni e la credibilità delle persone che guidano l'organizzazione.
La fiducia diventa così una risorsa competitiva tanto quanto la retribuzione.
Le aziende devono imparare a ingaggiare una nuova generazione
Non sorprende quindi che sempre più imprese chiedano supporto per comprendere come attrarre e coinvolgere i giovani.
Secondo Lancini, il tema dell'engagement generazionale sarà uno dei principali fattori competitivi dei prossimi anni.
Le organizzazioni che continueranno a proporre modelli costruiti esclusivamente su gerarchia, sacrificio e appartenenza rischieranno di incontrare crescenti difficoltà nell'attrarre talenti.
Al contrario, saranno favorite quelle capaci di costruire ambienti nei quali le persone possano riconoscersi, partecipare alle decisioni, comprendere il significato del proprio contributo e instaurare un rapporto autentico con il management.
Non si tratta di rendere il lavoro più semplice, ma più significativo.
La vera sfida non è assumere giovani, ma meritare la loro fiducia
Il dibattito pubblico continua spesso a interrogarsi su come convincere le nuove generazioni ad adattarsi al mercato del lavoro.
Forse la domanda dovrebbe essere ribaltata.
Le imprese non devono soltanto chiedersi come attrarre i giovani, ma perché i giovani dovrebbero scegliere proprio quella cultura aziendale, credere nelle persone che la guidano e investire lì una parte importante della propria vita.
Se il Novecento è stato il secolo nel quale il lavoro costruiva automaticamente l'identità, il XXI secolo sembra chiedere qualcosa di diverso.
Prima del ruolo, conta la relazione.
Prima della carriera, la fiducia.
Ed è probabilmente da qui che passerà la capacità delle aziende di costruire le organizzazioni del futuro.
Guarda l'intervista completa su FinanceTV o ascolta
il Podcast FinanceTV Talks - Le Voci dell'Economia
Scopri tutti gli argomenti pensati per la tua attività






