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Dollaro in discussione e rischio stagflazione: cosa cambia per mercati e imprese

Tra crisi del ruolo del biglietto verde, tensioni energetiche e crescita delle disuguaglianze, il sistema economico internazionale mostra segnali di instabilità sempre più evidenti


Il tema del dollaro continua a occupare una posizione centrale nell’analisi economica e geopolitica contemporanea, ma gli eventi più recenti hanno mostrato con maggiore evidenza alcune fragilità che fino a pochi anni fa apparivano meno visibili. In un contesto di forte tensione internazionale, il comportamento della valuta americana e la sua capacità di mantenere il ruolo di riferimento assoluto vengono messi progressivamente alla prova, non tanto da un crollo improvviso quanto da una lenta erosione della sua forza simbolica e funzionale.


La crisi innescata attorno allo Stretto di Hormuz ha reso evidente come il dollaro non reagisca più automaticamente alle fasi di incertezza geopolitica con la stessa intensità del passato. Questo elemento si accompagna a un altro segnale significativo: la comparsa di ipotesi di pagamento alternativi, in particolare in yuan o in Bitcoin, per alcune transazioni collegate al transito energetico. Non si tratta ancora di un superamento strutturale del petrodollaro, ma certamente di un indizio di trasformazione del quadro monetario globale.


Il dollaro tra tenuta monetaria e segnali di indebolimento

Il primo elemento rilevante riguarda la tenuta del dollaro come pilastro dell’economia internazionale. Negli ultimi mesi è emersa con chiarezza una tensione interna agli Stati Uniti sulla gestione della politica monetaria. La pressione esercitata per ottenere una riduzione dei tassi d’interesse si è scontrata con una linea più prudente, orientata a evitare un eccesso di liquidità che potrebbe alimentare una dinamica stagflazionistica.


Questo aspetto segnala che la priorità di chi guida la politica monetaria americana resta la difesa della stabilità del dollaro, anche a costo di contraddire le spinte più aggressive verso una monetizzazione più ampia. La possibilità che una riduzione troppo rapida dei tassi produca un aumento dell’inflazione in un contesto di rallentamento economico rende evidente quanto la situazione sia delicata.


Il dato più interessante è che il dollaro continua a mantenere un ruolo dominante, ma appare meno inattaccabile di un tempo. La sua centralità non è crollata, ma viene messa in discussione da una serie di fattori che riguardano sia la fiducia nella stabilità del sistema americano sia la ricerca di alternative da parte di altri attori internazionali.


Petrodollaro, yuan e Bitcoin: la ricerca di alternative

L’idea che alcune transazioni legate al transito nello Stretto di Hormuz possano avvenire in yuan o in Bitcoin introduce un elemento di novità che non va sopravvalutato, ma neppure sottovalutato. Il punto non è immaginare una sostituzione immediata del dollaro, bensì osservare il tentativo di costruire spazi alternativi in cui il monopolio monetario americano risulti meno vincolante.


Nel caso dello yuan, il legame con la Cina evidenzia un tentativo di collocare certe relazioni economiche dentro un perimetro meno dipendente dalla valuta statunitense. Tuttavia, la posizione cinese appare prudente e orientata a non esporsi in modo eccessivo. La strategia sembra essere quella dell’osservazione e del consolidamento graduale, senza assumere posture apertamente sbilanciate.


Il Bitcoin, invece, rappresenta una variabile diversa. La sua rilevanza non deriva soltanto dall’essere una possibile alternativa tecnica, ma dal fatto che si colloca fuori dai meccanismi tradizionali di controllo, tassazione e intermediazione bancaria. Questo lo rende attraente per chi vuole sottrarsi ai vincoli del sistema, ma allo stesso tempo apre interrogativi rilevanti sul piano della regolazione e della redistribuzione. In assenza di regole certe, il rischio è che strumenti di questo tipo accentuino ulteriormente le disuguaglianze e riducano la capacità degli Stati di esercitare una funzione equilibratrice attraverso la fiscalità.


Disuguaglianza, mercati e crisi del risparmiatore retail

La riflessione monetaria si lega direttamente a quella distributiva. La crescente concentrazione della ricchezza e la difficoltà di redistribuirla in modo efficace costituiscono uno dei nodi più critici del sistema economico contemporaneo. In un’economia di mercato, la tassazione rappresenta uno degli strumenti fondamentali per riequilibrare gli squilibri, ma quando si riducono gli spazi di regolazione e si moltiplicano i circuiti che sfuggono al controllo, la forbice tra chi ha molto e chi ha poco tende inevitabilmente ad allargarsi.


Questo fenomeno si osserva con particolare intensità negli Stati Uniti, dove la tradizione del piccolo risparmiatore è stata storicamente molto legata agli investimenti finanziari. Oggi, però, si registrano segnali di incertezza crescenti. Il risparmiatore retail comincia a mostrare una maggiore diffidenza verso mercati percepiti come più instabili, più opachi e più esposti a dinamiche non pienamente leggibili.


La riduzione della fiducia nei mercati finanziari da parte del risparmio diffuso potrebbe produrre effetti rilevanti nel medio periodo. Anche se i grandi fondi e gli investitori istituzionali continuano a rappresentare una componente decisiva del sistema americano, il cambiamento di atteggiamento del retail segnala una mutazione culturale ed economica importante. Se viene meno la convinzione che il mercato sia uno spazio accessibile e relativamente affidabile per la valorizzazione del risparmio, si modifica una delle basi stesse della cultura economica statunitense.


Stagflazione e shock energetico: il rischio per Europa e Italia

Il rischio della stagflazione emerge come uno dei possibili esiti più delicati di questa fase. Una combinazione tra crescita debole e inflazione persistente rappresenterebbe un problema non solo per gli Stati Uniti, ma anche per l’Europa e in particolare per l’Italia. In uno scenario in cui l’energia torna a essere una variabile determinante, la vulnerabilità dei sistemi economici meno autonomi diventa più evidente.


L’Italia, in questa lettura, si trova in una posizione particolarmente fragile. Non dispone della stessa capacità nucleare della Francia, non possiede le stesse risorse energetiche di altri paesi europei e non ha sviluppato con sufficiente anticipo un’infrastruttura capace di compensare efficacemente gli shock esterni. Il problema non riguarda solo il prezzo del petrolio, ma anche la disponibilità di gas, la capacità di rigassificazione e più in generale la coerenza delle scelte compiute negli anni sul piano energetico.


Questo quadro rende plausibile un impatto negativo sulle imprese italiane, già inserite in un contesto di crescita debole. Se il costo dell’energia aumenta e la domanda ristagna, il rischio è quello di comprimere ulteriormente i margini produttivi e di aggravare le difficoltà di un sistema economico che già oggi fatica a crescere con continuità.


Un equilibrio sempre più instabile

L’insieme di questi elementi suggerisce che la questione del dollaro non possa più essere letta in modo isolato. La valuta americana resta centrale, ma la sua tenuta è intrecciata con la stabilità politica degli Stati Uniti, con la fiducia dei mercati, con l’evoluzione delle alternative monetarie e con la capacità dell’intero sistema occidentale di reggere shock energetici e distributivi sempre più intensi.


La de-dollarizzazione, in questa fase, non appare come un evento improvviso, ma come un processo graduale di corrosione della centralità esclusiva del dollaro. Parallelamente, il rischio di stagflazione e l’aumento delle disuguaglianze mostrano che il problema non è soltanto monetario, ma strutturale. Economia reale, finanza, energia e distribuzione della ricchezza stanno entrando in una fase di tensione reciproca che rende il quadro più instabile e meno prevedibile.


Più che il tramonto imminente di un ordine, emerge la difficoltà crescente di mantenerlo con gli strumenti del passato. Ed è proprio in questa difficoltà che si giocano i futuri equilibri dell’economia internazionale.

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