
L'Europa ha perso la corsa all'AI? Non necessariamente.
Per l'Europa esistono ancora spazi nei quali costruire un vantaggio competitivo, a patto di cambiare rapidamente strategia.
Nel dibattito sull'intelligenza artificiale l'Europa viene spesso descritta come il continente delle regole, mentre Stati Uniti e Cina rappresentano quelli dell'innovazione. È una lettura che contiene una parte di verità, ma che rischia di essere incompleta.
Secondo Massimo Cerofolini, l'AI Act rappresenta un passaggio importante perché è stato il primo tentativo al mondo di definire un quadro normativo capace di mettere al centro la tutela delle persone in una tecnologia destinata a trasformare economia e società.
Allo stesso tempo, però, questa scelta evidenzia anche il principale limite europeo: regolamentare una competizione nella quale altri attori dispongono di risorse economiche enormemente superiori.
La domanda diventa quindi inevitabile: se la corsa ai grandi modelli è ormai dominata da Stati Uniti e Cina, quale spazio può ancora ritagliarsi l'Europa?
La vera sfida non è imitare gli Stati Uniti
Negli ultimi anni lo sviluppo dei grandi modelli linguistici ha richiesto investimenti senza precedenti in capacità di calcolo, data center, energia e infrastrutture.
Secondo Cerofolini, competere direttamente su questo terreno appare oggi estremamente difficile. Le principali aziende americane investono decine di miliardi di dollari nello sviluppo dei propri modelli, sostenute da una disponibilità finanziaria che nessun operatore europeo è oggi in grado di eguagliare.
Continuare a inseguire questa competizione significherebbe probabilmente giocare una partita iniziata con troppo ritardo.
Questo non implica però che ogni possibilità sia ormai perduta.
La prossima frontiera è l'intelligenza artificiale fisica
La fase successiva dell'AI non riguarderà soltanto la generazione di testi o immagini.
L'evoluzione si sta spostando verso sistemi capaci di interagire direttamente con il mondo fisico: robot industriali, automazione avanzata, macchine autonome e sensori intelligenti.
È un ambito nel quale la competizione è ancora aperta e nel quale l'Europa dispone di competenze industriali, manifatturiere e ingegneristiche costruite in decenni di esperienza.
In questo contesto il valore non deriva soltanto dalla capacità di sviluppare algoritmi, ma dalla possibilità di integrarli nei processi produttivi e trasformarli in applicazioni concrete.
Il Made in Italy può diventare un patrimonio digitale
Tra le intuizioni più interessanti proposte da Cerofolini vi è quella di utilizzare l'intelligenza artificiale per preservare e valorizzare il patrimonio di competenze delle imprese europee.
Molte conoscenze fondamentali della manifattura non sono contenute nei manuali, ma risiedono nell'esperienza degli operatori più qualificati. Procedure, gesti, regolazioni e capacità maturate in anni di lavoro rischiano spesso di andare perdute quando queste persone lasciano l'azienda.
L'intelligenza artificiale potrebbe trasformare questo sapere in un patrimonio digitale, osservando il lavoro degli operatori, apprendendone le procedure e rendendole disponibili alle future generazioni.
Non sarebbe soltanto uno strumento di automazione, ma un sistema per conservare e valorizzare il capitale di conoscenza che costituisce uno dei principali punti di forza della manifattura europea.
L'Europa produce talenti che poi perde
Accanto agli investimenti tecnologici esiste però un secondo problema.
L'Europa continua a formare ricercatori, ingegneri e sviluppatori di altissimo livello, ma fatica a trattenerli. Molti dei professionisti che contribuiscono allo sviluppo dell'intelligenza artificiale lavorano infatti in aziende o centri di ricerca extraeuropei, attratti da maggiori investimenti e migliori opportunità di crescita.
Per Cerofolini la competitività europea passa quindi anche dalla capacità di creare un ecosistema nel quale questi talenti possano costruire il proprio futuro senza essere costretti a trasferirsi altrove.
L'infrastruttura esiste già. Serve una strategia
Un elemento spesso poco considerato riguarda la disponibilità di grandi infrastrutture di calcolo.
L'Europa, e in particolare anche l'Italia, dispone già di supercomputer tra i più potenti al mondo, che potrebbero diventare una risorsa strategica per lo sviluppo di applicazioni avanzate nei settori in cui il continente mantiene una forte specializzazione industriale.
Piuttosto che inseguire modelli generalisti destinati a competere con i grandi operatori americani, l'obiettivo potrebbe essere quello di sviluppare sistemi altamente specializzati per comparti come la manifattura, la medicina, l'aerospazio e gli altri settori nei quali l'Europa continua a esprimere eccellenze riconosciute a livello internazionale.
La partita non è ancora chiusa
La leadership nei grandi modelli linguistici potrebbe essere ormai difficilmente recuperabile.
Questo, però, non significa che l'Europa sia destinata a un ruolo marginale nell'economia dell'intelligenza artificiale.
Le prossime fasi della rivoluzione tecnologica riguarderanno l'integrazione tra software e industria, la robotica, la digitalizzazione del sapere produttivo e lo sviluppo di applicazioni verticali ad alto valore aggiunto.
Sono ambiti nei quali il vantaggio competitivo non dipende soltanto dalla disponibilità di capitale finanziario, ma anche dalla qualità della manifattura, dalla ricerca scientifica e dal patrimonio di competenze costruito nel tempo.
Se saprà concentrare gli investimenti su questi punti di forza, l'Europa potrebbe non vincere la corsa ai grandi modelli. Potrebbe però giocare un ruolo decisivo nella fase in cui l'intelligenza artificiale entrerà concretamente nelle fabbriche, negli ospedali e nelle imprese.
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