
Dalla società del bisogno alla società della reazione: come la tecnologia sta cambiando le nostre vite
Intelligenza artificiale, overload informativo e fragilità emotiva: la tecnologia e come la utilizziamo
Viviamo immersi in una quantità di informazioni mai vista nella storia umana. Internet prima e l’intelligenza artificiale oggi ci permettono di ottenere risposte immediate praticamente su qualsiasi argomento. Apparentemente è una rivoluzione straordinaria.
Ma c’è un paradosso.
Avere accesso infinito alle informazioni non significa automaticamente essere più consapevoli, più competenti o più preparati. Anzi, spesso produce l’effetto opposto.
Il problema è che stiamo progressivamente confondendo la possibilità di recuperare un’informazione con la reale comprensione di quell’informazione. È il motivo per cui oggi chiunque può sentirsi esperto di economia, geopolitica, medicina o investimenti
semplicemente dopo aver letto alcuni contenuti online o aver interrogato ChatGPT.
Dal punto di vista psicologico questo fenomeno è stato studiato già anni fa attraverso l’effetto Dunning-Kruger: più abbiamo accesso rapido alle informazioni, più tendiamo a sopravvalutare la nostra reale conoscenza.
E qui emerge una delle grandi contraddizioni dell’era digitale: siamo sommersi da informazioni, ma non necessariamente più informati.
Dalla società del bisogno alla società della reazione
Uno dei passaggi più interessanti riguarda il cambiamento del nostro comportamento collettivo.
Per anni abbiamo vissuto in una “società del bisogno”: avevamo una necessità, cercavamo informazioni, prendevamo decisioni. Oggi invece stiamo entrando sempre più in una “società della reazione”.
Funzioniamo per stimoli continui.
Un contenuto compare sullo smartphone. Un algoritmo suggerisce un video. Una piattaforma propone un acquisto. Un social amplifica una notizia.
E noi reagiamo.
Sempre più velocemente. Sempre più emotivamente. Sempre meno profondamente.
Il rischio è che questa iper-esposizione agli stimoli riduca progressivamente la nostra capacità di riflessione autonoma. Entriamo dentro bolle informative che ci mostrano soltanto una parte della realtà, convincendoci però di avere una visione completa del mondo.
È il cosiddetto “effetto bubble”: gli algoritmi tendono a rafforzare ciò che già pensiamo, limitando il confronto con idee diverse e aumentando polarizzazione, ansia e fragilità emotiva.
E forse è proprio questo uno dei grandi rischi psicologici dell’intelligenza artificiale: non tanto sostituire il pensiero umano, ma renderlo progressivamente più superficiale e reattivo.
Perché il cervello ha bisogno di disconnessione
Nel libro Benessere Digitale, Monica Bormetti affronta proprio questo tema: la necessità di recuperare spazi di autonomia mentale in un mondo sempre connesso.
La soluzione non è demonizzare la tecnologia. Sarebbe irrealistico e controproducente. Il vero obiettivo è imparare a usarla in modo intenzionale, senza diventarne passivamente dipendenti.
Ed è qui che entra in gioco il concetto di “deep work”: allenare nuovamente il cervello alla concentrazione profonda. Anche soltanto mezz’ora o un’ora al giorno senza notifiche, social o distrazioni digitali può avere un impatto enorme sulla nostra capacità cognitiva.
Il punto centrale è che il cervello umano non è progettato per ricevere continuamente input senza pause. Ha bisogno di tempi morti, silenzio e riflessione per elaborare davvero informazioni e prendere decisioni consapevoli.
In un mondo che ci spinge continuamente alla velocità, forse la vera competenza distintiva del futuro sarà la capacità di rallentare.
La fiducia umana diventerà sempre più preziosa
C’è poi un altro tema fondamentale: quello delle relazioni.
Più cresce l’automazione, più il valore umano dell’ascolto autentico aumenta. Monica Bormetti introduce il concetto di “phubbing”, cioè l’abitudine di ignorare le persone presenti per guardare continuamente il telefono.
È un comportamento ormai diffusissimo che però sta modificando profondamente la qualità delle relazioni personali e professionali.
Paradossalmente, in un’epoca iperconnessa rischiamo di ascoltarci sempre meno davvero.
E questo vale anche nel mondo del lavoro, della consulenza e della finanza. Le persone oggi possono ottenere informazioni da qualunque algoritmo, ma continuano ad avere bisogno di fiducia, empatia e confronto umano.
Per questo probabilmente il futuro premierà non chi saprà produrre più informazioni, ma chi saprà aiutare le persone a orientarsi nel caos informativo senza perdere lucidità, profondità e capacità critica.
La vera sfida non sarà avere più dati.
Ma restare umani mentre li utilizziamo.
Guarda l'intervista completa su FinanceTV o ascolta
il Podcast FinanceTV Talks - Le Voci dell'Economia
Scopri tutti gli argomenti pensati per la tua attività






