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Stretto di Hormuz: il collo di bottiglia energetico che può fermare Cina ed Europa

Gas dal Qatar, petrolio verso la Cina e un equilibrio fragile che impatta direttamente su prezzi ed energia in Europa.


Quando si parla di stretto di Hormuz si tende a evocare una generica “area calda” del Medio Oriente. In realtà si tratta di uno dei veri snodi energetici del pianeta.


Da lì transitano ogni giorno quantità rilevanti di petrolio e gas naturale liquefatto (GNL). E non si tratta solo di flussi astratti: dietro quelle rotte ci sono le nostre bollette, la competitività industriale europea e gli equilibri tra Stati Uniti, Cina e Paesi del Golfo.

Se il conflitto con l’Iran dovesse protrarsi oltre poche settimane, le conseguenze potrebbero essere più profonde di quanto si immagini.


Chi dipende davvero da Hormuz

Dal punto di vista fisico e logistico, due Paesi dipendono in modo diretto dallo stretto di Hormuz per esportare energia via nave: Iran e Qatar. In parte anche il Kuwait, sebbene disponga di alcune alternative tramite pipeline terrestri.

Per l’Europa – e per l’Italia in particolare – il nodo centrale è il Qatar. Dopo le sanzioni sul gas russo, Doha è diventata uno dei principali fornitori di GNL per il nostro Paese. Se il traffico attraverso Hormuz si riduce o si interrompe, l’impatto non è teorico: significa minore offerta e maggiore pressione sui prezzi.


L’Italia non rischia di “restare senza gas”. Il mix energetico include forniture statunitensi, nordafricane e altre fonti. Ma una riduzione da parte di un partner chiave altera l’equilibrio del mercato e spinge al rialzo i prezzi.

E i mercati reagiscono prima ancora che la carenza si materializzi.


Gas, elettricità e il paradosso stagionale

C’è poi un elemento spesso sottovalutato: la stagionalità.

Entrando nei mesi primaverili ed estivi, la domanda di gas per riscaldamento domestico tende a diminuire. Questo attenua l’impatto immediato sulle famiglie sotto il profilo termico.


Ma il gas in Italia è oggi la principale fonte per la produzione di energia elettrica. E l’estate significa condizionamento, aumento dei consumi elettrici e maggiore utilizzo delle centrali a gas.

Il rischio, quindi, non è tanto una “stangata” sul riscaldamento quanto un aumento della bolletta elettrica nei mesi caldi, se la tensione nello stretto dovesse prolungarsi.


Cina, Arabia Saudita e rotte alternative

L’altro grande attore esposto è la Cina. Pechino è stata tra i principali acquirenti di petrolio e gas iraniano, oltre che partner energetico del Qatar. Un blocco o rallentamento dei flussi colpisce un’economia fortemente energivora.

È vero che esistono forniture alternative – Russia in primis – ma una restrizione logistica su Hormuz complica comunque il quadro e aumenta l’incertezza.


Arabia Saudita, Emirati e Kuwait dispongono di alcune vie alternative tramite oleodotti verso porti esterni allo stretto. Tuttavia, anche queste soluzioni presentano limiti strutturali e non sostituiscono completamente la rotta navale.

Il mare resta la via principale. E quando il mare diventa instabile, il costo dell’energia aumenta.


I veri perdenti nel breve periodo

In uno scenario di conflitto prolungato non tutti perdono allo stesso modo.

Chi è esportatore può rinegoziare prezzi. Chi è importatore – come l’Italia – subisce l’impatto più diretto. Soprattutto in un contesto in cui il gas russo è stato sostituito e la dipendenza da GNL via nave è cresciuta.


L’Europa si trova così in una posizione delicata: non è priva di alternative, ma è esposta alla volatilità dei mercati energetici globali.

E in questo equilibrio instabile, lo stretto di Hormuz non è un dettaglio geografico. È un moltiplicatore di rischio.



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