
Shock geopolitici e mercati: perché la storia insegna che la paura non aiuta ad investire bene
Dai conflitti ai mercati: cosa ci insegna davvero la storia finanziaria
In un contesto internazionale dominato da guerre, tensioni geopolitiche, crisi energetiche e continui cambiamenti di scenario, la domanda che molti investitori si pongono è sempre la stessa: bisogna avere paura del futuro?
È da questa riflessione che è partito il confronto tra Jonathan Figoli e Andrea Baron durante l’ultima edizione di “Equilibrio Perfetto”, dedicata proprio all’impatto dei nuovi equilibri geopolitici sui mercati finanziari.
Secondo Andrea Baron, la buona notizia arriva proprio dall’analisi storica dei mercati. Negli ultimi decenni il mondo ha attraversato numerosi shock geopolitici, economici ed energetici. Eppure, osservando il comportamento dei mercati azionari nel medio-lungo periodo, emerge un dato molto interessante: nella maggior parte dei casi, chi è rimasto investito è stato premiato.
Il punto centrale però è capire perché questo sia accaduto. Gli eventi geopolitici tendono spesso ad avere effetti molto forti nel breve periodo sul sentiment e sulla volatilità, ma storicamente hanno avuto impatti più limitati nel tempo quando non sono riusciti a compromettere i fondamentali economici globali.
I mercati hanno sempre attraversato le crisi, ma oggi il contesto sta cambiando
Durante l’intervento è stato analizzato il comportamento dell’S&P 500 in occasione di 22 grandi eventi geopolitici dal 1950 a oggi. I dati mostrano come, mediamente, l’indice americano abbia registrato performance positive a uno, sei e dodici mesi dall’inizio delle crisi.
Questo non significa che i mercati ignorino i rischi.
Significa piuttosto che il sistema economico globale, nel tempo, tende ad assorbire gli shock più rapidamente rispetto a quanto spesso venga percepito durante le fasi di maggiore tensione emotiva.
Allo stesso tempo però Andrea Baron ha sottolineato come il contesto attuale presenti alcune differenze importanti rispetto al passato. La durata dei conflitti, il ruolo dell’energia e il comportamento delle banche centrali potrebbero avere effetti più persistenti sull’economia reale rispetto a molte crisi precedenti.
In particolare, il nodo centrale riguarda oggi il flusso energetico globale e la capacità del sistema economico di gestire contemporaneamente inflazione elevata, rialzo dei tassi e instabilità geopolitica.
La vera domanda oggi non è se investire, ma come investire
Uno dei passaggi più interessanti emersi durante il confronto riguarda il cambiamento strutturale che si sta verificando all’interno dei mercati azionari.
Negli ultimi anni gran parte della performance dell’S&P 500 è stata trainata dalle cosiddette “Magnifiche Sette”, le grandi società tecnologiche americane che hanno dominato il mercato grazie all’intelligenza artificiale e alla crescita dei big tech.
Ma qualcosa sta cambiando.
Secondo Andrea Baron, il 2025 e il 2026 stanno mostrando un fenomeno molto diverso rispetto agli anni precedenti. Sempre più società stanno iniziando a sovraperformare rispetto ai grandi nomi tecnologici e questo segnala una maggiore dispersione dei rendimenti e una forte rotazione settoriale.
In altre parole, il mercato sta diventando meno lineare e più selettivo.
Ed è proprio qui che emerge il ruolo sempre più importante della gestione attiva. In un contesto in cui i rendimenti non sono più concentrati esclusivamente su pochi colossi tecnologici, la capacità di selezionare aziende, settori e aree geografiche potrebbe tornare a fare la differenza.
Obbligazioni: rendimenti più interessanti, ma attenzione ai rischi
Se sul fronte azionario emerge maggiore selettività, sul fronte obbligazionario il tema dominante è invece quello della prudenza.
Andrea Baron ha spiegato come negli ultimi mesi le aspettative sui tassi di interesse siano cambiate con estrema rapidità. Fino a poche settimane prima il mercato si aspettava tagli dei tassi da parte delle principali banche centrali. Successivamente, il ritorno delle tensioni geopolitiche e delle pressioni inflazionistiche ha modificato completamente lo scenario.
Le banche centrali sono tornate ad assumere un atteggiamento molto più aggressivo e questo ha inevitabilmente cambiato anche il modo di guardare al mercato obbligazionario.
Oggi molte obbligazioni offrono rendimenti nominali decisamente più interessanti rispetto agli ultimi dieci anni. Corporate investment grade, high yield e obbligazioni dei paesi emergenti stanno tornando centrali nelle valutazioni degli investitori.
Ma il problema è che gli spread risultano ancora compressi.
Questo significa che il rendimento potenziale esiste, ma il margine di errore è molto più ridotto rispetto al passato. Ecco perché, secondo MFS, diventa fondamentale adottare un approccio molto più selettivo anche nella costruzione dei portafogli obbligazionari.
Il vero rischio è investire guidati solo dalla paura
La riflessione finale emersa durante l’intervista è forse quella più importante.
La storia insegna che i mercati hanno sempre attraversato crisi, guerre, shock energetici e tensioni politiche. E spesso chi ha mantenuto lucidità nei momenti più difficili è stato premiato nel lungo periodo.
Ma questo non significa ignorare i rischi.
Significa piuttosto comprendere che il nuovo scenario globale richiede maggiore capacità di analisi, più selezione e soprattutto una gestione meno emotiva delle decisioni finanziarie.
Perché oggi il rischio non è soltanto la volatilità dei mercati.
Il rischio più grande è reagire impulsivamente a un mondo che cambia velocemente senza avere una strategia chiara.
Guarda l'intervista completa su FinanceTV o ascolta
il Podcast FinanceTV Talks - Le Voci dell'Economia
Scopri tutti gli argomenti pensati per la tua attività






