
Più Stato nell'economia: gli USA stanno diventando come la Cina?
Dalla globalizzazione alla politica industriale, gli Stati Uniti riscoprono il ruolo pubblico per competere con la Cina e guidare le tecnologie strategiche del futuro
Per oltre quarant'anni gli Stati Uniti sono stati il principale promotore di un modello economico fondato sull'apertura dei mercati, sulla globalizzazione e sulla progressiva riduzione dell'intervento pubblico nell'economia. A partire dagli anni Settanta, la deregulation, la finanziarizzazione e la liberalizzazione del commercio internazionale hanno alimentato un sistema nel quale era il mercato a decidere dove investire, cosa produrre e come allocare il capitale.
Oggi quello scenario appare profondamente cambiato.
L'amministrazione Trump sta infatti accelerando un processo che era già iniziato negli anni precedenti, ma che ora assume contorni sempre più evidenti: il ritorno dello Stato come attore diretto nelle scelte strategiche dell'economia. Dall'intelligenza artificiale ai semiconduttori, dalle terre rare alle infrastrutture tecnologiche, Washington sta intervenendo in settori che considera fondamentali per la competitività futura del Paese.
Secondo Andrew Spannaus, non si tratta di un fenomeno temporaneo né di una semplice anomalia politica. È il segnale di una trasformazione molto più profonda che riguarda il modo in cui gli Stati Uniti interpretano il proprio ruolo nell'economia globale.
La fine dell'era della globalizzazione senza limiti
Per comprendere ciò che sta accadendo oggi è necessario guardare agli ultimi trent'anni.
La delocalizzazione produttiva, l'apertura dei mercati e la ricerca di efficienza hanno consentito alle imprese americane di ridurre i costi e aumentare i profitti. Allo stesso tempo, però, hanno favorito lo spostamento di intere filiere produttive all'estero, in particolare verso la Cina e altri Paesi asiatici.
Per molto tempo questo modello è stato considerato un successo. Successivamente sono emerse anche le sue fragilità.
La crescita delle disuguaglianze, la perdita di occupazione manifatturiera in molte aree degli Stati Uniti, le tensioni sociali e politiche e infine lo shock della pandemia hanno evidenziato quanto fosse rischioso dipendere da catene di approvvigionamento globali per beni e tecnologie strategiche.
A tutto questo si è aggiunta la crescita della Cina, che da semplice piattaforma produttiva è diventata una vera rivale tecnologica, industriale e geopolitica degli Stati Uniti.
È proprio la combinazione di questi fattori che ha spinto Washington a rivedere il rapporto tra politica ed economia.
Dall'intelligenza artificiale alle terre rare: lo Stato torna protagonista
Negli ultimi mesi sono emersi numerosi esempi di questo nuovo approccio.
Il governo americano ha aumentato la propria presenza in aziende considerate strategiche, ha sostenuto il settore dei semiconduttori, è intervenuto sulle filiere delle terre rare e ha iniziato a esercitare una maggiore influenza anche nei comparti legati all'intelligenza artificiale.
La partecipazione pubblica in Intel, il ruolo crescente dello Stato nelle catene di approvvigionamento delle materie prime critiche e le decisioni che riguardano l'export di tecnologie avanzate verso la Cina rappresentano tutti segnali di una stessa tendenza.
L'obiettivo non è sostituire il mercato. L'obiettivo è indirizzarlo.
Washington ritiene che alcuni settori siano troppo importanti per essere lasciati esclusivamente alle dinamiche della finanza e della concorrenza internazionale. Per questo motivo lo Stato torna a esercitare una funzione di indirizzo strategico che negli ultimi decenni sembrava essere stata abbandonata.
Non è il modello cinese, ma non è più il vecchio capitalismo americano
Molti osservatori tendono a interpretare questa evoluzione come un avvicinamento al modello cinese. In realtà le differenze restano significative.
Negli Stati Uniti continua a esistere un vasto settore privato, un mercato dei capitali estremamente sviluppato e una forte autonomia imprenditoriale. Le aziende mantengono la propria indipendenza operativa e il governo non controlla direttamente l'intero sistema economico.
Secondo Spannaus, il modello che sta emergendo assomiglia piuttosto a quello che caratterizzò molte economie europee nel secondo dopoguerra. Uno Stato che non sostituisce il mercato ma che interviene nei settori considerati strategici, attraverso partecipazioni, incentivi, regolamentazione e strumenti simili alle golden share.
In questo senso gli Stati Uniti stanno adottando una forma di capitalismo più orientata alla politica industriale che al liberismo puro.
È una trasformazione che pochi anni fa sarebbe stata difficilmente immaginabile proprio nel Paese che più di ogni altro aveva promosso la globalizzazione.
La competizione con la Cina sta ridisegnando il capitalismo globale
Alla base di questo cambiamento esiste una ragione fondamentale: la competizione strategica con la Cina.
L'intelligenza artificiale, i semiconduttori, le infrastrutture digitali, le batterie, le terre rare e le tecnologie avanzate rappresentano oggi gli asset più importanti per la crescita economica e per la sicurezza nazionale.
In questo contesto gli Stati Uniti ritengono che lasciare completamente al mercato la scelta di dove investire e cosa produrre possa diventare un rischio geopolitico prima ancora che economico.
Per questo motivo la politica torna a svolgere un ruolo centrale nel definire le priorità industriali del Paese.
La vera novità è che questa tendenza non riguarda soltanto gli Stati Uniti. In forme diverse la vediamo emergere anche in Europa, in Cina, in India e in molte altre economie avanzate.
La globalizzazione non sta scomparendo, ma sta lasciando spazio a un mondo nel quale economia e geopolitica sono sempre più intrecciate. Un mondo in cui il mercato continua a essere fondamentale, ma nel quale gli Stati tornano a rivendicare il diritto di orientare lo sviluppo delle proprie economie.
Ed è probabilmente questo uno dei cambiamenti più significativi dell'ordine economico internazionale degli ultimi decenni.
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