
La nuova National Security Strategy USA: perché Washington vuole ridimensionare l’UE
Tra accuse di “continente vassallo”, critica all’architettura decisionale UE e il nodo lobby: cosa emerge dal documento americano e perché l’Italia viene indicata come possibile “anello debole”.
Un documento “nero su bianco” che punta l’Europa più di Russia e Corea del Nord
Nell’ultima puntata di Finance TV, Jonathan Figoli parte da un dato difficile da ignorare: nella National Security Strategy appena pubblicata dagli Stati Uniti, in 33 pagine l’Europa viene citata 49 volte. Nello stesso confronto, la Russia compare 10 volte e la Corea del Nord non viene mai citata, nonostante venga descritta come un arsenale militare potenzialmente minaccioso anche per Paesi alleati di Washington.
Il messaggio, qui, non passa più solo da dichiarazioni estemporanee o provocazioni: è un’impostazione scritta, formale, sostenuta da una firma “enfatica” attribuita a Trump, che occuperebbe quasi mezza pagina e che serve a ribadire quanto quel documento venga rivendicato politicamente.
Da “parassiti” a bersaglio strategico: l’accusa di essere un continente vassallo
Il ragionamento proposto in intervista rovescia un luogo comune: l’Europa non sarebbe stata davvero un “alleato paritario”, ma un continente vassallo, chiamato a eseguire disposizioni provenienti dalle varie amministrazioni statunitensi, repubblicane e democratiche.
La frattura, però, non riguarderebbe “l’Europa” come spazio geografico o culturale, bensì l’Unione Europea come istituzione. L’UE viene descritta come un “comitato d’affari” che avrebbe servito interessi internazionali non riconducibili solo agli Stati Uniti, ma anche ad altri attori, citando esplicitamente la Cina.
Green policy e dipendenza: l’industria cinese come “fumo negli occhi” per Washington
Tra i punti evocati, c’è la lettura secondo cui la politica green europea avrebbe messo in moto un meccanismo capace di dare slancio all’industria automobilistica e all’industria dell’energia “sostituibile” in Cina, fino a renderci totalmente dipendenti da quel sistema produttivo.
È qui che si inserisce l’idea di “fastidio” americano: se l’UE, nei fatti, alimenta dipendenze e filiere che rafforzano un competitor globale, questo diventerebbe incompatibile con la traiettoria politica dell’amministrazione Trump.
Italia e Ungheria nel testo: perché vengono indicate come leve per “far saltare il banco”
Un passaggio centrale dell’intervista riguarda il fatto che nel documento verrebbero citate in modo particolare Italia e Ungheria (di Orban) come Paesi su cui puntare per scardinare le “regole del banco” europee.
La questione, per l’Italia, è delicata: siamo tra i fondatori dell’Unione Europea e dovremmo essere, in teoria, tra i Paesi più interessati a preservarne l’impianto. Eppure, proprio per questo, l’Italia viene descritta come un potenziale punto di rottura: se si muove un Paese “cardine”, l’effetto sull’assetto complessivo è molto più forte.
Un’architettura farraginosa e il tema lobby: quando l’UE diventa vulnerabile
Nell’analisi proposta, l’UE attuale viene descritta come un sistema elefantiaco e farraginoso: un Parlamento eletto, poi un Consiglio, poi un Comitato, in una stratificazione che finirebbe per trasformarsi in un ecosistema particolarmente permeabile al rapporto con le lobby.
Viene citato anche un libro recente che mette al centro il potere delle lobby a Bruxelles e richiama l’episodio dell’acquisto di vaccini per 74 miliardi, legato a un accordo via email poi “autocancellate”, con una fornitura da 100 milioni di vaccini per i Paesi UE, di cui la metà sarebbe stata buttata via. Il punto, nell’intervista, non è il singolo caso: è l’idea di un modello decisionale che espone l’Unione a condizionamenti e ne indebolisce la credibilità.
“Né carne né pesce”: la crisi di ruolo politico ed economico dell’Unione
Il giudizio finale è netto: l’UE si troverebbe in una condizione di “né carne né pesce”, non pienamente soggetto politico, ma comunque capace di influenzare e – secondo questa lettura – indebolire una componente economica che storicamente era molto forte.
La conclusione è che queste dinamiche avrebbero contribuito a mettere in crisi l’Europa anche attraverso “politiche suicide”, rendendola più esposta a pressioni esterne e più fragile nel momento in cui la competizione geopolitica si irrigidisce.
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