
Il futuro dell’economia sarà più politico: sicurezza, protezionismo e potere delle Big Tech
Si apre una nuova fase caratterizzata da maggiore intervento pubblico, protezionismi competitivi e rapporti sempre più stretti tra governi e grandi aziende
Per decenni l’economia globale è stata guidata soprattutto da un principio: la convenienza.
Le imprese producevano dove costava meno, gli Stati favorivano l’apertura dei mercati e le catene del valore si sviluppavano senza che la sicurezza nazionale rappresentasse il criterio dominante. Oggi questo modello sta cambiando.
Secondo l’ambasciatore Giampiero Massolo, nei prossimi anni le decisioni economiche saranno influenzate sempre di più da considerazioni politiche, strategiche e geopolitiche. Non significa che il capitalismo scomparirà, ma che assumerà forme diverse, con una presenza crescente dello Stato e una minore autonomia dei mercati.
Dalla convenienza economica alla sicurezza nazionale
La prima grande trasformazione riguarda il criterio con cui vengono prese le decisioni economiche.
In passato prevaleva la ricerca dell’efficienza: produrre al minor costo possibile, ampliare gli scambi e sfruttare i vantaggi della globalizzazione.
Oggi, invece, gli Stati privilegiano sempre più la sicurezza.
Questo significa proteggere le filiere strategiche, ridurre le dipendenze dall’estero e garantire il controllo delle tecnologie considerate decisive per la competitività e la difesa nazionale.
Le politiche industriali tornano così al centro dell’azione pubblica. Un tempo si sarebbe parlato di colbertismo; oggi si parla di protezionismo, sovranità economica e autonomia strategica.
I dazi diventano strumenti di potenza
In questo nuovo scenario, gli strumenti economici non vengono utilizzati soltanto per regolare il commercio.
I dazi, le restrizioni alle esportazioni e i controlli sugli investimenti diventano vere e proprie armi geopolitiche.
Non servono esclusivamente a difendere le imprese nazionali, ma anche a condizionare il comportamento degli altri Paesi, limitare l’accesso a tecnologie strategiche e rafforzare la posizione negoziale degli Stati.
Massolo parla di protezionismi competitivi: una situazione nella quale le grandi potenze utilizzano le leve economiche per difendere i propri interessi e conquistare vantaggi strategici.
La conseguenza è una crescita della presenza dello Stato nell’economia e una riduzione dello spazio lasciato al libero mercato.
Il rapporto tra politica e Big Tech cambia il capitalismo
La seconda grande trasformazione riguarda il ruolo delle aziende tecnologiche.
Intelligenza artificiale, capacità di elaborazione dei dati, infrastrutture digitali e semiconduttori hanno creato una nuova classe di protagonisti delle relazioni internazionali: le grandi Big Tech.
Alcune di queste aziende dispongono di risorse economiche superiori a quelle di molti Stati e controllano tecnologie diventate essenziali per la competitività, la sicurezza e il funzionamento delle società contemporanee.
Il rapporto tra politica e Big Tech diventa quindi sempre più stretto.
Secondo Massolo, si tratta di un rapporto di reciproca convenienza: i governi cercano di utilizzare le aziende tecnologiche per perseguire i propri obiettivi strategici, mentre le Big Tech sfruttano la vicinanza alla politica per difendere interessi, mercati e posizioni dominanti.
È una dinamica nuova, i cui effetti non sono ancora pienamente prevedibili.
Un’economia più governata, ma un mondo meno regolato
Il paradosso è che, mentre aumenta l’intervento pubblico nell’economia, diminuiscono le regole condivise a livello internazionale.
Nei settori più avanzati, a partire dall’intelligenza artificiale e dalla gestione dei dati, il sistema tende verso una condizione simile a un Far West: pochi standard comuni, governance debole e competizione crescente tra attori pubblici e privati.
Questo rende più difficile costruire un ordine economico stabile.
Le grandi potenze probabilmente continueranno a evitare un conflitto diretto, ma il sistema internazionale sarà caratterizzato da tensioni, crisi regionali, guerre commerciali e tregue temporanee basate su interessi reciproci.
La pace, in questo contesto, rischia di trasformarsi in un equilibrio provvisorio, destinato a durare soltanto finché coincidono le convenienze dei diversi attori.
Il capitalismo non scompare, ma cambia natura
Il futuro dell’economia non sarà probabilmente la fine del capitalismo.
Sarà piuttosto l’affermazione di un capitalismo più politico, nel quale Stati, governi e grandi imprese tecnologiche agiranno insieme, talvolta collaborando e talvolta competendo.
Le scelte economiche saranno sempre meno separate dalla sicurezza nazionale, dalla tecnologia e dalla geopolitica.
Per imprese e investitori questo significa dover interpretare non soltanto i fondamentali economici, ma anche le strategie industriali dei governi, i rapporti di forza tra le potenze e il ruolo crescente delle Big Tech.
Il mercato continuerà a esistere, ma sarà inserito in un sistema più frammentato, meno prevedibile e molto più condizionato dalla politica.
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