
Economia “canaglia”: il nuovo assalto all’ordine e la disuguaglianza della ricchezza
Quando l’economia corre più veloce di politica e diritto, le regole saltano e la democrazia si indebolisce
Ci sono momenti storici in cui l’economia accelera più rapidamente delle istituzioni chiamate a governarla. È in questi passaggi che si aprono aree grigie, spazi dove le regole non tengono il passo e dove si inseriscono forze capaci di piegare il sistema a proprio vantaggio. È qui che prende forma quella che può essere definita un’economia “canaglia”.
Dopo la fine della Guerra Fredda e la caduta del muro di Berlino, il mondo ha attraversato una di queste grandi transizioni. Negli anni Novanta si è avviato un processo in cui mercati, finanza e tecnologia hanno iniziato a muoversi con una velocità sconosciuta al diritto e alla politica. A distanza di oltre vent’anni, quel processo non solo non si è corretto, ma si è consolidato.
Dalle aree grigie a un sistema globale
Storicamente, le fasi di economia fuori controllo tendono prima o poi a rientrare. Ma il tempo necessario può essere lungo, e nel frattempo l’economia finisce per lavorare contro la popolazione, favorendo una ristretta minoranza. La vera novità dell’epoca attuale è che questo fenomeno non è più confinato a singole aree geografiche: è diventato globale.
In passato, le grandi concentrazioni di ricchezza erano localizzate. Oggi, invece, l’economia canaglia ha prodotto un’élite transnazionale, capace di accumulare ricchezze su scala planetaria. Una quota infinitesimale della popolazione — lo 0,1% — ha raggiunto livelli di ricchezza mai visti prima, superiori perfino al PIL di intere nazioni.
I grandi vincitori della fase attuale
A beneficiare di questa dinamica sono stati soprattutto alcuni settori chiave. La tecnologia è uno di questi: un gruppo ristretto di protagonisti ha costruito imperi economici globali, sfruttando mercati deregolamentati e una capacità di influenza che va ben oltre i confini nazionali.
Accanto alla tecnologia, anche l’economia della guerra ha tratto enormi vantaggi. Nonostante la percezione diffusa di vivere in un’epoca relativamente pacifica, dalla fine della Guerra Fredda in poi i conflitti si sono moltiplicati. L’Occidente ha spesso vissuto questa instabilità come qualcosa di distante, ma si tratta di una percezione illusoria: il sistema economico globale è stato profondamente influenzato da questo stato di conflittualità permanente.
Un altro attore centrale è l’alta finanza. Anche dopo crisi violente — dalla bolla delle dot-com alla crisi del 2008 — il sistema finanziario è riuscito a uscire rafforzato. Le crisi hanno colpito ampie fasce della popolazione, ma non hanno scalfito in modo strutturale i meccanismi di accumulazione al vertice.
Disuguaglianze e crisi della democrazia
Il risultato più preoccupante di questo processo è l’aumento delle disuguaglianze. La concentrazione estrema della ricchezza ha eroso uno dei pilastri fondamentali delle democrazie occidentali: la redistribuzione del reddito.
Quando questo meccanismo si inceppa, viene meno il patto economico che sostiene lo Stato-nazione e, più in generale, il modello democratico. L’economia smette di essere uno strumento al servizio della collettività e diventa un sistema autoreferenziale, capace di produrre crescita per pochi e insicurezza per molti.
Verso la fine di un ciclo?
Il quadro che emerge è quello di una fase che potrebbe avvicinarsi alla propria conclusione. Non è detto, però, che ciò che verrà dopo sia migliore. Il nuovo assetto mondiale che si sta delineando sarà diverso da quello degli anni Ottanta, ma potrebbe risultare ancora più fragile su temi cruciali come la democrazia, la coesione sociale e la capacità degli Stati di governare l’economia.
Capire chi ha vinto finora e a quale prezzo è il primo passo per interrogarsi su come ricostruire regole, equilibri e responsabilità in un mondo che ha ormai superato i confini tradizionali dell’economia nazionale.
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