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Chi compra il debito degli Stati Uniti? Il potere nascosto dietro i Treasury americani

Perché il vero rischio non è la Cina ma il mercato stesso


Per anni il debito pubblico degli Stati Uniti è stato raccontato quasi come un concetto astratto.

Numeri enormi, difficili perfino da immaginare, ma che sembravano non rappresentare mai un vero problema per Washington. Oggi però qualcosa sta cambiando. E il tema sta tornando al centro non soltanto delle discussioni economiche, ma anche di quelle geopolitiche.


Nel confronto con Antonio Carnevale, autore dell’approfondimento “Fed sotto pressione politica: tassi e destino del dollaro” contenuto nel libro La Geopolitica del Denaro, emerge un dato che colpisce immediatamente: nel 2015 il debito pubblico americano era attorno ai 20.000 miliardi di dollari. Nel 2026 sfiora ormai i 40.000 miliardi.

Un raddoppio in poco più di dieci anni che inevitabilmente apre una domanda fondamentale: fino a dove può spingersi il sistema americano senza compromettere la fiducia globale nel dollaro?


Secondo Carnevale, però, il punto non è soltanto la dimensione del debito. Il vero tema è capire chi lo detiene, chi continua a comprarlo e soprattutto perché il mondo continui ancora a considerarlo il principale bene rifugio globale.


La Cina non controlla più il debito USA come un tempo

Per anni si è parlato della Cina come del grande creditore degli Stati Uniti. Una narrativa che ha alimentato anche molte tensioni geopolitiche e il timore che Pechino potesse utilizzare il debito americano come un’arma strategica.

Oggi però la situazione è profondamente diversa.


La Cina ha progressivamente ridotto la propria esposizione ai Treasury americani ed è passata dal primo al terzo posto tra i detentori esteri di debito USA.

Al primo posto troviamo oggi il Giappone, seguito dalla Gran Bretagna, mentre Pechino è scesa attorno ai 700 miliardi di dollari detenuti. Ma il dato più importante è un altro: gli investitori esteri nel loro complesso detengono circa 10.000 miliardi di dollari di debito americano, cioè soltanto un quarto del totale.


Questo significa che il grosso del debito statunitense è detenuto internamente.

Ed è qui che cambia completamente la prospettiva.

Perché il sistema americano oggi non dipende tanto dalla volontà della Cina di continuare a comprare Treasury, quanto dalla capacità degli Stati Uniti di mantenere la fiducia del proprio sistema finanziario interno.


Il vero pilastro del sistema è la Federal Reserve

Quando si parla di debito americano spesso si immagina un sistema controllato principalmente da investitori stranieri. In realtà il cuore del sistema è domestico.


La Federal Reserve da sola detiene circa 4.500 miliardi di dollari di Treasury.

A questi si aggiungono le banche americane, i fondi pensione, i fondi di investimento, il risparmio gestito e perfino gli investitori retail americani che detengono direttamente una parte significativa del debito federale.


Secondo Carnevale, questa frammentazione rende molto più difficile immaginare uno scenario di improvviso collasso legato a un singolo investitore estero. Certo, una vendita aggressiva da parte della Cina o del Giappone potrebbe generare forte volatilità sui mercati obbligazionari, ma non sarebbe sufficiente da sola a destabilizzare completamente il sistema.


Il vero elemento centrale resta quindi la fiducia interna.

Finché cittadini, fondi pensione, banche e investitori americani continueranno a credere nella capacità degli Stati Uniti di sostenere il proprio debito, il sistema potrà continuare a reggersi.

Ed è esattamente questo il motivo per cui le politiche della Federal Reserve sono diventate così delicate.


Inflazione, tassi e geopolitica: il vero rischio dei prossimi anni

Negli ultimi anni il mondo ha vissuto una lunga fase caratterizzata da tassi bassissimi, liquidità abbondante e politiche monetarie estremamente espansive.

Quel contesto oggi non esiste più.


Le tensioni geopolitiche, il rialzo dei prezzi energetici, i rischi legati alle guerre commerciali e l’aumento strutturale dell’inflazione stanno riportando il tema del costo del denaro al centro dell’economia globale.

E questo cambia radicalmente anche il modo in cui gli investitori guardano al debito americano.


Come sottolinea Carnevale, il vero punto nei prossimi anni sarà capire se gli Stati Uniti riusciranno a garantire rendimenti reali positivi, cioè rendimenti superiori all’inflazione.

Perché se gli investitori iniziassero a percepire che detenere Treasury non protegge più il potere d’acquisto, allora il sistema potrebbe entrare in una fase molto più complessa.

Ecco perché oggi ogni scelta della Federal Reserve assume una dimensione geopolitica oltre che finanziaria.


Non si tratta soltanto di controllare l’inflazione o sostenere la crescita economica.

Si tratta di preservare la credibilità del dollaro come pilastro dell’equilibrio globale.


La vera forza degli Stati Uniti resta il dollaro

Alla fine il grande vantaggio competitivo degli Stati Uniti non è soltanto militare o tecnologico. È monetario.


Il dollaro continua a essere la valuta di riferimento mondiale, il principale strumento di riserva internazionale e il bene rifugio che ancora oggi il sistema finanziario globale considera centrale nei momenti di crisi.

Ed è proprio questo che consente agli Stati Uniti di sostenere livelli di debito che per molti altri paesi sarebbero semplicemente insostenibili.


Ma il mondo sta cambiando rapidamente.

Le tensioni tra Stati Uniti e Cina, la frammentazione geopolitica, l’emergere di nuove aree economiche e il ritorno dell’inflazione stanno progressivamente mettendo sotto pressione un equilibrio che per decenni è sembrato intoccabile.


E probabilmente i prossimi anni saranno decisivi per capire se il predominio del dollaro resterà davvero incontestabile oppure se il mondo inizierà lentamente a muoversi verso un sistema finanziario più multipolare.

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