
Dietro il prezzo del petrolio: le dinamiche che spiegano il costo dei carburanti
Le scorte accumulate negli ultimi mesi hanno evitato uno shock energetico immediato, ma non possono continuare a farlo a lungo
Quando si parla di crisi energetiche l'attenzione si concentra quasi sempre sul prezzo del petrolio. È una reazione comprensibile, perché il Brent rappresenta il principale indicatore utilizzato dai mercati e viene spesso considerato il termometro della situazione geopolitica.
Tuttavia, osservare soltanto il prezzo rischia di far perdere di vista ciò che sta realmente accadendo nel sistema energetico mondiale. Una quotazione relativamente contenuta non significa necessariamente che il mercato sia in equilibrio, ma può semplicemente indicare che gli operatori stanno assorbendo temporaneamente uno shock utilizzando strumenti che, per definizione, non sono permanenti.
Secondo Massimo Nicolazzi, professore di Economia delle fonti energetiche all'Università di Torino, il vero interrogativo non è tanto se il blocco dello Stretto di Hormuz produca conseguenze, quanto per quanto tempo il sistema globale riuscirà a compensarne gli effetti senza entrare in una vera crisi di offerta.
Le scorte hanno evitato il peggio, ma non possono durare all'infinito
La chiusura di Hormuz ha comportato la sottrazione improvvisa di una quota rilevante dell'energia destinata al commercio internazionale. Si tratta di volumi enormi, che riguardano una parte significativa del petrolio, del gas naturale liquefatto e dei prodotti raffinati normalmente distribuiti sui mercati mondiali.
Finora il sistema ha dimostrato una capacità di adattamento superiore a quella che molti osservatori immaginavano. La Cina ha ridotto drasticamente le proprie importazioni facendo ricorso alle riserve accumulate negli anni precedenti. I Paesi dell'OCSE hanno attinto ai propri stoccaggi strategici per attenuare il deficit di offerta. Arabia Saudita ed Emirati Arabi hanno cercato di aumentare il ricorso agli oleodotti alternativi allo Stretto, nel tentativo di bypassare almeno in parte il collo di bottiglia rappresentato da Hormuz.
Queste misure hanno consentito di evitare uno shock immediato sui mercati, ma condividono una caratteristica fondamentale: sono tutte soluzioni temporanee. Le riserve possono essere utilizzate una sola volta, mentre anche le infrastrutture alternative presentano limiti fisici e operativi. Alcuni oleodotti, inoltre, attraversano aree oggi esposte agli stessi rischi geopolitici che hanno reso instabile Hormuz, riducendone l'affidabilità.
Il risultato è che il mercato continua a operare in una situazione di deficit strutturale dell'offerta. Fino a oggi questa carenza è stata compensata svuotando progressivamente i magazzini, ma una volta esaurito questo margine di sicurezza sarà inevitabile un nuovo punto di equilibrio tra domanda e offerta.
Perché il prezzo del petrolio non è ancora esploso
A prima vista potrebbe sembrare sorprendente che una crisi di questa portata non abbia generato quotazioni simili a quelle delle grandi crisi petrolifere del Novecento. In realtà il confronto storico richiede alcune cautele.
Nel 2008 il prezzo del petrolio arrivò vicino ai 150 dollari al barile, un valore che, corretto per l'inflazione, corrisponderebbe oggi a oltre 200 dollari. Anche tra il 2011 e il 2013 il greggio rimase stabilmente sopra i 100 dollari senza provocare il collasso dell'economia mondiale.
Nel frattempo, però, l'economia globale è cambiata profondamente. Le economie avanzate hanno ridotto la propria intensità energetica, cioè la quantità di energia necessaria per produrre un'unità di PIL. Questo significa che oggi un aumento del prezzo del petrolio produce effetti meno devastanti rispetto agli anni Settanta, quando l'intero sistema produttivo dipendeva in misura molto maggiore dalle fonti fossili.
Ciò non implica che il mercato possa assorbire indefinitamente una situazione di scarsità. Se il deficit di offerta dovesse protrarsi, i prezzi sarebbero destinati a riflettere progressivamente la riduzione delle scorte disponibili, con effetti sempre più evidenti sull'economia reale.
Il mercato finanziario e il mercato fisico raccontano due storie diverse
Uno degli aspetti meno intuitivi riguarda la differenza tra il prezzo del petrolio osservato quotidianamente sui mercati finanziari e quello realmente pagato dagli operatori che acquistano greggio fisico.
Le quotazioni diffuse dai principali media fanno infatti riferimento ai contratti futures, cioè strumenti finanziari che incorporano aspettative sull'andamento futuro del mercato. Chi acquista un future con consegna tra alcuni mesi può ragionevolmente ipotizzare che nel frattempo la situazione geopolitica migliori e che lo Stretto venga riaperto.
Un'impresa che invece ha bisogno di un carico fisico oggi non può attendere. Deve acquistare petrolio immediatamente e, proprio per questo, è spesso costretta a pagare un premio rispetto alle quotazioni finanziarie.
La differenza tra il "barile digitale" e il "barile fisico" diventa particolarmente significativa durante le crisi, perché riflette il valore attribuito alla disponibilità immediata della materia prima e non soltanto le aspettative sul suo prezzo futuro.
Non manca solo il greggio: mancano soprattutto i carburanti
C'è poi un secondo elemento che rende questa crisi diversa da molte precedenti. I consumatori non utilizzano direttamente il petrolio greggio, ma i prodotti ottenuti dalla raffinazione, come diesel, benzina e carburante per l'aviazione.
Le produzioni colpite nell'area del Golfo riguardano prevalentemente greggi medio-pesanti, particolarmente adatti alla produzione di diesel e jet fuel. Contemporaneamente, numerose raffinerie della regione hanno subito danni o interruzioni operative, mentre attacchi analoghi hanno coinvolto anche alcuni impianti russi caratterizzati dalla stessa specializzazione produttiva.
Questo significa che la scarsità non riguarda soltanto il petrolio, ma soprattutto alcuni prodotti raffinati fondamentali per trasporti, logistica e industria.
Per questa ragione il prezzo del diesel può seguire dinamiche molto diverse rispetto a quelle del greggio. Il mercato dei carburanti sviluppa infatti una propria autonomia, determinata dall'equilibrio tra domanda e capacità di raffinazione disponibile. È anche questo uno dei motivi per cui il prezzo osservato alla pompa può aumentare molto più rapidamente rispetto alla quotazione internazionale del Brent.
Il mercato troverà un nuovo equilibrio, ma non nel breve periodo
Nel medio termine il sistema energetico possiede gli strumenti per adattarsi. Nuove infrastrutture di trasporto, l'espansione delle pipeline esistenti e l'aumento della produzione in aree come Stati Uniti e Africa potranno progressivamente ridurre la dipendenza da Hormuz.
Si tratta però di investimenti che richiedono anni, non settimane. Costruire oleodotti, ampliare terminali, sviluppare nuovi giacimenti e mettere in funzione nuove capacità produttive comporta tempi incompatibili con un'emergenza immediata.
È plausibile immaginare che entro la fine del decennio il mercato riesca nuovamente a riequilibrarsi, ma il vero problema riguarda il periodo di transizione. Più a lungo durerà il blocco dello Stretto, maggiore sarà la probabilità che le riserve si esauriscano e che il mercato debba affrontare la crisi senza gli strumenti straordinari che hanno finora consentito di contenerne gli effetti.
La vera vulnerabilità del sistema energetico globale, quindi, non è soltanto la dipendenza da uno snodo geografico strategico. È l'illusione che le soluzioni emergenziali possano sostituire stabilmente capacità produttiva e infrastrutture che richiedono anni per essere costruite. Le scorte possono comprare tempo, ma non possono creare nuova energia.
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