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Soldi e identità: come cambia il rapporto con il denaro tra Boomers, Millennials e Gen Z

In un mondo incerto e demograficamente sbilanciato, il valore del denaro oscilla tra gratificazione immediata e pianificazione di lungo periodo.



Il mondo cambia rapidamente. Cambiano il lavoro, la geopolitica, la tecnologia, i modelli produttivi. Eppure c’è un elemento che sembra rimanere centrale: il denaro.

La differenza non è nel suo valore oggettivo, ma nel significato che ogni generazione gli attribuisce.


Se per i nonni il denaro era sicurezza, accantonamento, protezione dal rischio, per i Baby Boomers è stato anche leva di investimento e mobilità sociale. Un capitale da far crescere in un contesto di sviluppo economico continuo, pensioni solide e crescita reale.

Oggi il quadro è diverso.


Dal lungo periodo al presente continuo

Le nuove generazioni crescono in un contesto di incertezza strutturale. Pensioni meno garantite, carriere discontinue, mercato immobiliare più complesso, volatilità geopolitica permanente.

In questo scenario, il denaro tende a perdere la funzione di “cassaforte per il futuro” e diventa strumento di gestione del presente.


Non necessariamente per superficialità. Spesso per razionalità adattiva.

Se il futuro appare meno prevedibile, la propensione al lungo periodo si riduce. Il breve termine diventa più rilevante.

Eppure il paradosso è evidente: proprio in un mondo più instabile, la pianificazione di lungo periodo sarebbe ancora più necessaria.


L’effetto eredità e la rendita passiva

C’è un altro elemento che sta ridisegnando il rapporto con il denaro: il grande trasferimento generazionale di ricchezza.

Nei prossimi anni una quota significativa di patrimonio passerà dalle generazioni più anziane a quelle più giovani. Questo fenomeno cambia la percezione del reddito e del capitale.


Si passa dall’idea di rendita attiva – costruita nel tempo attraverso lavoro e risparmio – a una possibile rendita passiva ricevuta per trasferimento.

Questo può generare due effetti opposti: maggiore responsabilità nella gestione del patrimonio oppure minore propensione alla costruzione autonoma di ricchezza.

La differenza la farà l’educazione finanziaria.


Educazione finanziaria: responsabilità individuale o sistemica?

Le nuove generazioni, paradossalmente, sono più abituate alla gestione di micro-budget rispetto a chi oggi ha cinquant’anni. Carte prepagate, pagamenti digitali, gestione immediata delle spese.

Ma gestire non significa pianificare.

La pianificazione finanziaria richiede visione, consapevolezza previdenziale, comprensione del rischio e del tempo. E qui emergono ancora lacune significative, soprattutto in ambito welfare e previdenza.


L’educazione finanziaria non può essere delegata solo alla scuola. Deve diventare anche responsabilità delle aziende.

I contratti di lavoro, i fondi pensione, le politiche di welfare aziendale sono strumenti concreti di educazione finanziaria. Possono orientare comportamenti e abitudini nel lungo periodo.

In una società che invecchia rapidamente, la sostenibilità del sistema dipende anche dalla capacità delle nuove generazioni di comprendere l’importanza dell’accantonamento.


Denaro e futuro: una questione culturale

Il punto centrale non è se i giovani spendano di più o risparmino di meno. È il modo in cui percepiscono il futuro.

Se il futuro appare incerto, la gratificazione immediata diventa più attraente. Se il futuro viene reso comprensibile e pianificabile, l’investimento di lungo periodo torna centrale.


Il denaro resta uno strumento. Ma il suo significato cambia con il contesto economico e demografico.

In un’Italia che invecchia e che dovrà sostenere un sistema previdenziale sempre più complesso, la cultura finanziaria diventa un tema politico nel senso più ampio del termine: riguarda la responsabilità collettiva.

Perché il benessere futuro non si improvvisa. Si costruisce.


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