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La vera partita non è il petrolio. È il dollaro.

La competizione tra Stati Uniti e Cina si sta progressivamente spostando sul controllo della valuta con cui quella stessa energia viene scambiata.



Quando si parla di OPEC, l'attenzione si concentra quasi sempre sulle quote produttive e sul loro impatto sul prezzo del petrolio. È una prospettiva corretta, ma rischia di fermarsi alla superficie del problema. Dietro ogni decisione dei grandi produttori si muovono infatti equilibri finanziari molto più ampi, che riguardano il funzionamento del sistema monetario internazionale e il ruolo del dollaro nell'economia globale.


In questa prospettiva, l'eventuale uscita degli Emirati Arabi Uniti dall'OPEC rappresenta soprattutto un tema di politica dell'offerta. Secondo Massimo Nicolazzi, se Abu Dhabi dovesse produrre più petrolio rispetto alle quote concordate, l'effetto principale sarebbe un aumento dell'offerta disponibile sul mercato internazionale, con una conseguente pressione al ribasso sui prezzi. Per i Paesi importatori, quindi, le conseguenze sarebbero probabilmente più favorevoli che negative.


La questione davvero strategica si colloca però su un piano diverso.


Il potere degli Stati Uniti passa ancora dal dollaro

Da decenni il commercio internazionale degli idrocarburi viene regolato prevalentemente in dollari. Questo meccanismo non rappresenta soltanto una convenzione commerciale, ma costituisce uno dei pilastri della leadership economica americana.


La centralità del dollaro consente infatti agli Stati Uniti di esercitare un'influenza che va ben oltre la propria capacità militare o produttiva. Gran parte delle transazioni internazionali denominate in dollari transita infatti attraverso il sistema finanziario statunitense, rendendo possibile un controllo particolarmente efficace dei flussi finanziari globali.

È proprio da questa posizione che deriva una parte significativa dell'efficacia delle sanzioni economiche americane.


Il vero peso delle sanzioni è quello finanziario

Nel dibattito pubblico si tende spesso a considerare le sanzioni come semplici divieti commerciali. In realtà, gli strumenti più incisivi sono spesso quelli che colpiscono indirettamente il sistema finanziario.


Come ricorda Nicolazzi, una banca che effettuasse pagamenti in violazione delle sanzioni statunitensi rischierebbe di perdere l'accesso alle operazioni in dollari. Una prospettiva che, per un grande intermediario internazionale, potrebbe compromettere l'intero modello di business.


La forza delle sanzioni americane deriva quindi meno dalla capacità di impedire uno specifico scambio commerciale e molto di più dalla posizione centrale che il dollaro continua a occupare nei pagamenti internazionali.


La competizione con la Cina passa dalla moneta

È proprio questo equilibrio che la Cina tenterà progressivamente di modificare.

Secondo Nicolazzi, il prossimo decennio sarà caratterizzato da un numero crescente di iniziative volte a ridurre la dipendenza dal dollaro nei commerci internazionali, compresi quelli energetici. L'obiettivo non è soltanto aumentare il ruolo internazionale dello yuan, ma costruire un sistema finanziario meno dipendente dalle infrastrutture controllate dagli Stati Uniti.


Questo processo sarà probabilmente lungo e complesso. La diffusione di una valuta internazionale richiede infatti mercati finanziari profondi, fiducia degli operatori, stabilità istituzionale e un sistema capace di offrire la stessa liquidità oggi garantita dal dollaro.

Per queste ragioni Nicolazzi ritiene improbabile che nel breve periodo possano verificarsi cambiamenti sostanziali.


Il petrolio resta una materia prima globale, ma il potere si esercita attraverso la finanza

L'energia continuerà naturalmente a rappresentare una leva fondamentale degli equilibri geopolitici. Tuttavia, il valore strategico del petrolio non dipende soltanto dalla sua produzione o dalla sua disponibilità fisica.

Conta sempre di più il sistema finanziario attraverso cui quella materia prima viene acquistata, pagata e scambiata.


Per questo motivo il futuro della geopolitica energetica non sarà determinato esclusivamente dalle decisioni dell'OPEC o dalle capacità produttive dei singoli Paesi, ma anche dall'evoluzione dell'ordine monetario internazionale.


Se il Novecento è stato il secolo nel quale il controllo delle risorse naturali definiva gli equilibri di potenza, il XXI secolo sembra suggerire che il vero vantaggio competitivo appartenga a chi controlla la valuta con cui quelle risorse continuano a essere commerciate.



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