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Le banche fra minor credito alle imprese e gestione dei risparmi affidata oltreconfine

Tra PNRR, banche, grandi fondi internazionali ed educazione finanziaria: perché il vero nodo oggi è trasformare il risparmio in crescita reale



C’è un tema che torna con forza ogni volta che si parla di crescita italiana: la difficoltà di trasformare risorse disponibili — pubbliche e soprattutto private — in investimenti capaci di sostenere imprese, innovazione e benessere nel tempo. Da qui nasce una domanda semplice ma decisiva: qual è oggi il ruolo della finanza nell’economia reale e come va interpretato il capitale privato per far crescere il sistema produttivo?


Negli schemi “classici” il meccanismo è lineare: chi ha un surplus di risparmio lo affida agli intermediari, e questo denaro viene convogliato verso chi ne ha bisogno, in particolare le imprese. Ma quel modello, oggi, non funziona più in modo così diretto e riconoscibile. Negli ultimi anni si è affermata una trasformazione strutturale: il risparmio non è più “territoriale” per natura, tende a muoversi dentro una finanza sempre più globale, con logiche di gestione e allocazione che spesso non coincidono con le esigenze dell’economia locale.


Come si rapportano oggi banche e finanza all’economia reale

Dal punto di vista metodologico, il rapporto tra finanza ed economia reale si regge su tre funzioni fondamentali: l’intermediazione tra risparmio e investimento, la gestione del rischio attraverso la diversificazione dei portafogli, e l’allocazione del capitale, cioè la scelta di dove indirizzare le risorse.


Accanto a modelli di banca che mantengono un legame forte con il territorio e con la comunità, si è sviluppata una finanza più orientata all’asset management: grandi strutture professionali che gestiscono risparmio su scala ampia, internazionale, con competenze specifiche e una capacità di allocazione “strategica” delle risorse.


Questa trasformazione ha un lato positivo evidente: professionalizzazione, diversificazione, competenze trasversali. Ma apre anche una questione delicata: quando la gestione del risparmio segue logiche sempre più globali, il collegamento tra ricchezza privata e crescita dell’economia locale diventa meno automatico.


Il grande paradosso del risparmio italiano

L’Italia resta un Paese con un risparmio molto elevato. Si parla di circa 1.800 miliardi di euro fermi sui conti correnti: una massa di liquidità enorme, legata anche a ricchezza accumulata ed ereditata, che spesso non viene convertita in strumenti finanziari.


Le ragioni, in buona parte, sono culturali. Per molti italiani risparmio e investimento sono concetti ancora associati soprattutto al “mattone” e alla rendita: un’impostazione storica, radicata, che privilegia l’idea di sicurezza e stabilità. Il punto è che tenere la liquidità ferma non è una scelta neutra: nel tempo può tradursi in un depauperamento della ricchezza, perché il denaro non viene messo in condizione di fruttare e di difendersi dall’erosione del potere d’acquisto.


Educazione finanziaria: il vero “collo di bottiglia”

Un passaggio critico riguarda l’alfabetizzazione finanziaria, spesso descritta come insufficiente. Concetti basilari — la differenza tra interesse semplice e composto, il significato di inflazione, la logica della diversificazione — non sono ancora patrimonio comune. Questo ha un impatto diretto sul comportamento: si tende a lasciare i soldi fermi sul conto corrente anche in fasi di relativa stabilità, rinunciando alle opportunità che derivano da una gestione più consapevole.


Da qui l’esigenza di una “consapevolezza del risparmio”: informarsi, leggere, capire i trend, confrontarsi con professionisti, e conoscere strumenti che in altri contesti risultano più familiari, come fondi pensione, venture capital e private equity. Non per inseguire mode o scorciatoie, ma per costruire una strategia coerente.


Investire non è una parola unica: tempo, rischio, obiettivi

Investire bene non significa soltanto “ottenere rendimento”: significa scegliere una traiettoria tra breve e lungo periodo, bilanciare profitto e rischio, definire obiettivi e limiti. È una scelta anche soggettiva, perché ogni famiglia ha una diversa tolleranza al rischio e priorità differenti. Ma un principio resta valido: non investire affatto può equivalere a rinunciare, lentamente, a una parte del benessere futuro.


Dal risparmio alla crescita: una questione culturale prima che tecnica

Il punto finale è quasi controintuitivo: il risparmio, se non viene messo al lavoro, può diventare un freno invece che una protezione. In un periodo in cui le imprese affrontano difficoltà e il contesto economico è più complesso, trasformare anche solo una quota della liquidità in investimenti più consapevoli significa sostenere un circolo virtuoso: più capitale allocato con criterio, più possibilità di sviluppo, più capacità di reggere shock e cambiamenti.


La tutela del risparmio non è solo “conservare”: è anche preservare valore nel tempo, evitando che si consumi lentamente. Ed è qui che si gioca una parte importante del futuro economico delle famiglie e del Paese.

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