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L'impresa fra deglobalizzazione accelerata e la scelta tecnologica tra USA e Cina

Meno illusioni strategiche, più applicazioni concrete: il futuro delle imprese italiane passa dalla finanza privata, dalla tecnologia applicata e dal coraggio di competere.


Il PNRR come ponte, non come stampella

L’Italia ha saputo sfruttare grandi programmi di ricostruzione e rilancio: dal Piano Marshall al PNRR. Ma il punto vero non è quanto abbiamo ricevuto, bensì cosa resterà quando le risorse finiranno.


Il rischio è noto: usare fondi straordinari per sostenere l’esistente invece che per costruire capacità autonome. Quando il PNRR terminerà, le imprese dovranno camminare con le proprie gambe. La vera domanda è se in questi anni sia stata costruita sufficiente innovazione strutturale per reggere la fase successiva.


Le imprese non possono aspettare la politica

Mentre l’Unione Europea fatica a definire una direzione condivisa, le imprese continuano a operare ogni giorno. Producono, esportano, investono, competono. Non possono permettersi di restare ferme in attesa di un assetto istituzionale più chiaro.

In questa zona grigia – tra incertezza geopolitica, ritorno dei dazi e rallentamento della globalizzazione – servono strategie operative, non slogan.


Deglobalizzazione: un ritorno disordinato, non un’inversione

La globalizzazione non si è fermata perché sbagliata, ma perché troppo rapida e squilibrata. Le crisi finanziarie, la pandemia e le tensioni geopolitiche hanno spinto i paesi a ritrarsi, a proteggersi, a rialzare barriere.

Non siamo davanti a un mondo chiuso, ma a un mondo che cerca un nuovo equilibrio. Gli scambi internazionali restano elevati, ma cambiano le regole, i tempi, i rischi. Le imprese devono muoversi in un contesto più frammentato e meno prevedibile.


Il vantaggio italiano nei momenti di pericolo

Storicamente, l’Italia ha una caratteristica ricorrente: funziona meglio nelle emergenze che nella stabilità. Nei momenti di crisi, adattabilità, creatività e capacità di soluzione emergono con forza.

Ma questo talento ha bisogno di una condizione essenziale: risorse efficienti, non assistenzialismo. La finanza pubblica può aiutare, ma dovrebbe concentrarsi su infrastrutture e contesto. La crescita vera richiede finanza privata paziente, capace di accompagnare le imprese nel tempo, non solo nel primo salto.


Il paradosso del risparmio italiano

L’Italia è uno dei paesi con il più alto livello di risparmio privato al mondo. Ma gran parte di questo capitale finanzia la crescita di altri sistemi economici, in primis quello statunitense, perché ritenuto più solido e meglio gestito.

Il nodo non è “riportare a casa i capitali” per decreto, ma creare condizioni di gestione credibili, in grado di trasformare il risparmio in investimento produttivo. Questo rafforzerebbe simultaneamente finanza e sistema industriale.


Tecnologia: non inseguire i giganti, applicare meglio

L’Italia non ha le dimensioni per competere sulla “super intelligenza artificiale” o sugli investimenti mastodontici delle big tech. Ma ha un’opportunità concreta: l’applicazione intelligente delle tecnologie esistenti.

La storia industriale italiana non è fatta di rivoluzioni radicali, ma di adattamenti avanzati: automazione, meccanica di precisione, soluzioni su misura. Lo stesso approccio può valere oggi per l’intelligenza artificiale: non inventare il motore, ma usarlo meglio di altri in settori chiave.


Applicare tecnologia significa ripensare l’impresa

Il vero ostacolo all’innovazione non è tecnologico, ma organizzativo. Inserire una tecnologia nuova significa ripensare processi, ruoli, competenze. Non è plug-and-play.

Per questo l’adozione è lenta ovunque, anche negli Stati Uniti. Ma proprio qui si apre uno spazio competitivo: chi inizia prima a integrare seriamente le tecnologie nei settori tradizionali può difendere posizioni che altrimenti rischiano di essere conquistate da altri.


Autonomia tecnologica: una responsabilità mancata

La dipendenza europea – e italiana – dalle grandi piattaforme tecnologiche è un rischio sistemico. In molti settori non esistono alternative credibili. Questo non è il risultato di un’aggressione esterna, ma di una mancata costruzione interna.

L’esempio di Airbus dimostra che competere è possibile quando esiste una visione industriale condivisa. Oggi servirebbe lo stesso coraggio in altri ambiti: tecnologia, finanza, servizi strategici.


Non accusare, costruire

Il punto non è contrapporsi agli Stati Uniti o diffidare della Cina. Il punto è costruire capacità competitive proprie. Senza questo, ogni alleanza diventa dipendenza.

L’Italia non può creare giganti globali in pochi anni, ma può far crescere imprese di dimensione sufficiente per giocare partite internazionali. Questo richiede una combinazione di capitale, competenze, tecnologia applicata e visione di medio-lungo periodo.


La vera sfida: far lavorare insieme risparmio, finanza e imprese

Il futuro passa da qui:– risparmio che diventa investimento– finanza che accompagna la crescita– imprese che innovano senza snaturarsi

Non è una rivoluzione. È un lavoro paziente, difficile, ma possibile. Ed è una strada che l’Italia, storicamente, sa percorrere quando smette di aspettare e inizia a costruire.

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