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Tecnologia e capitale umano: i fattori chiave per far crescere le imprese oggi

Il tessuto produttivo nazionale resiste, ma la distanza dai nuovi motori della crescita globale si allarga. Come reagire?



Un sistema che tiene, ma non corre

Nonostante un contesto geopolitico complicato e un ritorno delle barriere commerciali, le imprese italiane continuano a dimostrare una sorprendente capacità di adattamento. Il PIL non arretra, ma fatica a trovare slancio, mentre la domanda globale rallenta e i dazi introdotti dagli Stati Uniti incidono sui costi e sulla competitività del made in Italy. La tenuta dell’export resta comunque un segnale importante: molte aziende hanno trovato nuovi canali, difendendo i propri posizionamenti anche in mercati più ostili.


Il nodo irrisolto riguarda un altro livello: quello della capacità di prendere parte alla crescita generata dai grandi filoni dell’innovazione. Le tecnologie digitali, prima con Internet e ora con l’intelligenza artificiale, hanno ridefinito la competizione globale. E in questi ambiti, l’Italia – e più in generale l’Europa – rimangono ai margini.


Il capitale umano al centro della competizione globale

L’elemento più preoccupante non è solo la difficoltà a sviluppare nuovi campioni industriali, ma anche la crescente dispersione delle competenze. I giovani formati nelle università italiane sono valutati molto positivamente a livello internazionale, e per questo attratti da ecosistemi esteri dove opportunità, carriere e investimenti in tecnologia procedono più rapidamente.


Rendere il sistema più attrattivo diventa un’esigenza strategica. Senza una base di capitale umano stabile e qualificata, qualsiasi tentativo di rilancio industriale rischia di essere velleitario. In questo senso, alle imprese viene chiesto un cambio culturale: competere non solo sul prodotto, ma sulla capacità di trattenere talenti con prospettive più ampie e ambiziose.


Tecnologia, sostenibilità e nuove traiettorie di sviluppo

Il divario accumulato su digitale e AI solleva un interrogativo di fondo: è realistico pensare di colmarlo? Oppure l’Europa dovrebbe concentrare le proprie energie su altri assi strategici, dove può trasformare i vincoli in vantaggi competitivi?


Uno dei terreni più promettenti è quello legato ai valori: sostenibilità, regolazione, governance. Temi che hanno guidato lo slancio dell’ISG ma che oggi sembrano essersi temporaneamente raffreddati nel passaggio dal Green Deal al Rearm Europe.


La Cina, al contrario, continua a investire su larga scala anche in questo ambito, cogliendo un’opportunità sia industriale sia geopolitica.

L'Europa non può permettersi un approccio intermittente: servono continuità, visione e la capacità di trasformare la sostenibilità in un terreno industriale solido, non solo in un insieme di norme.


La difficoltà di creare grandi imprese

Uno dei punti più delicati riguarda la struttura industriale. L'Italia, tra le grandi economie occidentali, è probabilmente quella in cui il numero di imprese private di grande dimensione è più ridotto. I pochi campioni che abbiamo – spesso con radici pubbliche – non bastano a presidiare le filiere globali né a garantire massa critica nei nuovi settori della crescita.


L’esempio più simbolico di successo, a livello europeo, resta una multinazionale nata anche grazie alla visione di un imprenditore italiano, ma non sono molti i casi paragonabili. Il resto del tessuto produttivo si ferma su scale più modeste, spesso incapace di compiere il salto strutturale richiesto dal mercato globale.


A complicare il quadro c’è un sistema europeo frammentato, con differenti normative, barriere nazionali e un'antitrust che agisce correttamente contro la concentrazione, ma senza sempre distinguere tra dominanza interna e necessità di scalare in un mercato globale dominato da colossi statunitensi e cinesi.

Il risultato è una competizione asimmetrica: piccole e medie imprese contro giganti che operano su volumi planetari.


La sfida che attende l’Europa

La vera domanda è se l’Italia e l’Europa vogliano davvero dotarsi di un livello di ambizione adeguato a questo contesto. Far crescere imprese significative, sostenere i settori ad alto valore aggiunto, creare condizioni per trattenere talenti e competere sulla tecnologia non è un esercizio astratto: è una necessità per non essere schiacciati tra due forze che avanzano con ritmi e intensità molto superiori.


Le difficoltà attuali non devono far sottovalutare un punto: il potenziale rimane alto. Servono però scelte coraggiose, una visione industriale più compatta e una politica europea capace di ripensare strumenti e priorità. Senza questo scatto, il rischio di perdere peso economico e geopolitico diventerà strutturale.


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