
Derivati, debito e instabilità: perché la finanza “spinta” non può essere la risposta
Riflessioni su finanza decentralizzata, derivati e rischio sistemico: perché tornare a un’economia più controllata è oggi una necessità.
Uno dei nodi più delicati della finanza contemporanea riguarda il ruolo della finanza “spinta”, dagli strumenti derivati alle nuove frontiere della decentralizzazione. Soprattutto se consideriamo che siamo dentro un mondo che vive un crescente squilibrio tra potenze economiche e un debito globale fuori controllo.
Il punto di partenza è il confronto con la Cina. È un paese che non aspetta, osserva Napoleoni, e che corre su tutte le principali filiere strategiche: tecnologia, blockchain, stablecoin, intelligenza artificiale. Gli Stati Uniti restano in vantaggio, ma la competizione si sta spostando rapidamente anche sul terreno della finanza decentralizzata, spesso presentata come una possibile risposta all’esplosione del debito pubblico.
In questo contesto, la domanda è inevitabile: strumenti come derivati complessi, stablecoin e altre forme di finanza non tradizionale rappresentano un’opportunità o, piuttosto, un nuovo capitolo dell’“economia canaglia”?
Napoleoni non ha dubbi: «I derivati sono a tutti gli effetti un elemento canaglia». La crisi dei mutui subprime del 2008 ha dimostrato quanto questi strumenti possano generare instabilità sistemica, eppure – sottolinea – «non è cambiato molto: dopo la crisi hanno ricominciato a fare esattamente la stessa cosa».
Il vero problema emerge nell’ipotesi di rimuoverli dall’oggi al domani. Eliminare o rendere illegali gran parte di questi prodotti significherebbe – spiega Napoleoni – far evaporare una quota enorme del debito globale, con un conseguente rischio di insolvenze diffuse e, soprattutto, una crisi di liquidità di proporzioni inedite. Un trauma che l’attuale sistema non sarebbe in grado di assorbire.
La questione va quindi affrontata a monte: con una progressiva riduzione della dipendenza dai derivati e, al tempo stesso, con un processo di ristrutturazione del debito. Una sorta di remissione controllata, «una cancellazione parziale», come spesso è avvenuto nella storia.
Perché il debito, ricorda, è per definizione destinato a crescere fino a richiedere un reset.
Il problema è come questo reset avverrà. Storicamente è quasi sempre avvenuto attraverso conflitti o crisi epocali. «Si spera che questa volta non sia così», osserva con lucidità. Ma il nodo resta: la finanza contemporanea è costruita su livelli multipli di debito che si accumulano uno sopra l’altro. Prima o poi, qualcosa deve fermare il meccanismo.
Ed è questo il cuore della sua riflessione: tornare a un’economia più controllata, a una finanza più sorvegliata, non è una scelta ideologica ma una condizione di stabilità. Le grandi transizioni economiche – dalle guerre agli shock tecnologici – generano sempre fasi di “economia canaglia”. Sta ai decisori politici e finanziari impedire che questa volta la correzione arrivi troppo tardi.
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