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Il dollaro è ancora un bene rifugio? Fiducia, mercati e alternative al sistema finanziario americano

Tra scadenze record, fiducia in calo e assenza di alternative, la vera fragilità dell’egemonia finanziaria USA


Il nodo centrale: il debito americano non è più un tema tecnico

Il cuore della questione finanziaria globale oggi non è tanto la crescita economica americana, quanto la sostenibilità del suo debito. Nei prossimi anni gli Stati Uniti dovranno affrontare una concentrazione di scadenze senza precedenti: solo nel 2026 arriveranno a maturazione circa 10.000 miliardi di dollari di titoli, una cifra che da sola equivale a più di tre volte il debito pubblico italiano.


Questo dato assume un peso ancora maggiore se inserito nel quadro complessivo: il debito federale statunitense ha ormai superato i 38.000 miliardi di dollari ed è cresciuto in modo esplosivo negli ultimi anni. Il vero problema, però, non è solo l’ammontare, ma la struttura del debito stesso, sempre più concentrata su scadenze brevi. Una scelta che ha funzionato finché la fiducia nel dollaro è rimasta intatta, ma che oggi rende il sistema molto più vulnerabile.


L’Europa e il mondo: una fiducia enorme concentrata sul dollaro

La dimensione del rischio diventa ancora più evidente se si osserva dove si trova la ricchezza finanziaria globale. Si stima che gli investitori europei abbiano circa 8.000 miliardi di euro investiti negli Stati Uniti tra azioni e obbligazioni, spesso attraverso fondi comuni e grandi gestori internazionali.


A livello globale, le attività finanziarie denominate in dollari – tra titoli di Stato, azioni e strumenti obbligazionari – superano i 100.000 miliardi di euro, forse anche di più. È una massa enorme di capitale che esiste e mantiene valore solo grazie a un presupposto fondamentale: la fiducia nella stabilità del dollaro come moneta di riferimento.


Per decenni questa fiducia è stata quasi automatica. Anche dopo la fine della convertibilità in oro nel 1971, il dollaro ha continuato a essere percepito come una valuta stabile, poco volatile e centrale nei commerci internazionali. Oggi però questa caratteristica sta iniziando a incrinarsi.


Un dollaro più debole, ma ancora senza alternative credibili

Negli ultimi dodici mesi il dollaro ha perso oltre il 12% nei confronti dell’euro. Una parte di questa svalutazione è stata tollerata – se non addirittura auspicata – per recuperare competitività commerciale, ma la dinamica attuale va oltre il semplice aggiustamento ciclico.


Nonostante l’indebolimento, il dollaro resta la valuta dominante negli scambi internazionali. La sua quota nelle riserve delle banche centrali si è ridotta, ma le transazioni globali continuano a essere regolate prevalentemente in dollari. Il motivo è semplice: oggi non esiste una vera alternativa.


L’euro, pur essendo una grande valuta, soffre di limiti strutturali. Non ha alle spalle un debito pubblico comune sufficientemente ampio, è troppo forte per economie fortemente esportatrici e soprattutto manca di una vera identità politica unitaria. Il risultato è una moneta potente, ma non egemonica.


La Cina, dal canto suo, non sembra ancora disposta a trasformare lo yuan in una valuta di riserva globale, mentre le soluzioni digitali e le piattaforme di pagamento alternative sono ancora in una fase embrionale. In questo vuoto, gli Stati Uniti continuano a beneficiare di una rendita di posizione: il dollaro è fragile, ma resta indispensabile.


Il rischio sistemico: quando la fiducia diventa il vero collaterale

Il punto critico è che questa situazione può reggere solo finché la fiducia non viene meno in modo brusco. Se il processo di indebitamento americano dovesse continuare senza controllo, se l’economia produttiva statunitense continuasse a indebolirsi e se i paesi emergenti – in particolare l’area BRICS – accelerassero la costruzione di sistemi alternativi di pagamento e di riserve, la pressione sul dollaro aumenterebbe rapidamente.


In uno scenario del genere, un’ulteriore perdita di credibilità della valuta americana potrebbe generare una crisi finanziaria globale di ampia portata. Gran parte delle attività finanziarie mondiali è denominata in dollari: un loro deprezzamento significativo avrebbe effetti diretti sia sull’economia americana sia su quella europea. Al contrario, economie meno finanziarizzate, come quella cinese, risulterebbero relativamente più protette.


L’oro come termometro dell’instabilità globale

Non è un caso che in questo contesto l’oro stia vivendo una nuova fase di centralità. La sua corsa si era temporaneamente raffreddata dopo la nomina di Kevin Warsh, interpretata dai mercati come un segnale di maggiore prudenza monetaria. Un dollaro percepito come leggermente più solido aveva ridotto l’urgenza di copertura.


Ma i prezzi dell’oro stanno nuovamente risalendo, avvicinandosi alla soglia dei 5.000 dollari. È un segnale chiaro: in assenza di una valuta di riferimento globale realmente stabile, gli investitori tornano a rifugiarsi negli asset reali. L’oro diventa così il barometro di un sistema finanziario che vive di equilibri sempre più precari.


Un equilibrio instabile che riguarda tutti

La grande domanda, oggi, non è se il dollaro perderà centralità, ma quando e con quali conseguenze. Finché non emergerà un’alternativa credibile, gli Stati Uniti continueranno a reggere grazie alla mancanza di opzioni. Ma questa rendita non è infinita.


Il futuro del sistema finanziario globale dipenderà dalla capacità americana di recuperare credibilità fiscale e produttiva e, allo stesso tempo, dalla volontà delle altre grandi potenze di assumersi il costo – economico e politico – di costruire un nuovo ordine monetario. Nel frattempo, il mondo resta appeso a un equilibrio fragile, dove la fiducia è diventata il vero collaterale del sistema.

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