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Report settimanale sui mercati finanziari

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La settimana appena trascorsa restera’ nella storia per la decisione della Fed di fissare per il costo del denaro una forchetta fra lo zero e lo 0,25% lasciando aperta la porta a misure non convenzionale di politica monetaria.  Storica e sensazionale è pure la notizia della truffa messa in atto dal finanziere statunitense ed ex presidente del Nasdaq Bernard Madoff ha reso ancora più problematico il quadro. Le perdite nel sistema piramidale di Madoff ammonterebbero a circa cinquanta miliardi di dollari. Il crac è un nuovo problema al quale le banche si trovano a far fronte e c’è incertezza sulle esposizioni che stanno emergendo lentamente. In Europa la settimana è stata scandita dagli annunci delle varie istituzioni sulla propria esposizione a Madoff per un totale di perdite stimato attorno agli undici miliardi di euro. Le potenziali perdite fanno temere per un quarto trimestre ancora più difficile del previsto per le banche. Le svalutazioni che saranno effettuate nel Vecchio Continente, inoltre, potrebbero dare il là ad una nuova ondata di consolidamento del settore. A livello settoriale i bestperformers della settimana sono stati l’health-care (+4,78%), l’ industrial (+4,52%), il travel & leisure (+4,04%), le utilities (+3,79%) e i media (+3,75%). Nelle ultime posizioni, e non è un caso se si tiene conto di quanto prima enunciato, il mondofinanziario con le banche sotto pressione e l’oil & gas sulla scia del crollo del petrolio sotto la soglia dei 34 dollari al barile. L’ effetto rialzista legato al più grande taglio della produzione petrolifera della storia da parte dell’ OPEC (-2,2 milioni di barili al giorno a partire dal 1° gennaio 2009 per un totale di 4,2 milioni di barili negli ultimi quattro mesi) è stato completamente annullato dalla possibilità che la domanda mondiale di petrolio possa quest’anno registrare un calo per la prima volta negli ultimi venticinque anni. Il crollo delle quotazioni ha comunque già prodotto una serie di effetti negativi sulle grandi compagnie petrolifere e sui Paesi produttori, inducendoli a tagli consistenti e a ritardi negli investimenti in grandi progetti che avrebbero dovuto incrementare la futura produzione mondiale.
A livello europeo Londra ha fatto segnare una performance quasi sullla parità (+0.15%) così come il Dax tedesco (+0,30%) e l’indice francese CAC40 (+0,38%). Fra i principali rialzi dobbiamo segnalare ancora una volta la performance di Fortis (+ 16,87%), Siemens (+10,29%) ed Axa (+ 9.79%) mentre tra i principali ribassi dobbiamo segnalare Bnp Paribas (-22%) per il profit warning lanciato dalla società e per le svalutazioni annunciate pari a 700 mln di euro di cui 310 relative al crac Madoff.
Piazza Affari chiude la settimana in denaro con lo S&P Mib (+ 2,66%) . Fra i titoli maggiori si mettono in evidenza Prysmian (+ 19,80%) e i bancari Intesa San Paolo (+ 17,91%) ed Unicredit (16.88%) per il rumors relativo all’uscita di scena del ad Profumo mentre tra i maggiori titoli in lettera segnaliamo Saipem (- 9,61%) e Mediobanca ( – 9,00%) per problemi relativi al rinnovo delle quote societarie.

Durante l’ottava l’equity-market americano, pur soffrendo è riuscito a rimanere a galla. Dopo i numerosi salvagenti buttati dalle autorità centrali USA per sostenere i listini in alto per quasi 2 anni, Walll Street ha avuto bisogno di un altro salvagente, l’ennesimo, lanciato dalla FED che in un colpo solo ha praticamente azzerato il costo del denaro negli USA. Wall Street ha cercato dunque di aggrapparsi ai tassi-zero. Bernanke, il governatore centrale, ha sforbiciato il base-rate da 1,00% a 0,00%-0,25%. Si tratta dell’ultima munizione in canna della politica monetaria , che la FED ha esploso per allontanare i timori di una depressione condita da deflazione. La zero-interest-rate –policy ha supportato l’S&P500, che è riuscito a violare almeno per un giorno la media-mobile a 50-giorni peraltro in discesa a 898 punti. Non accadeva da agosto 2008. L’S&P500 ha disegnato un top intra-week a 918 punti, con la media-mobile a 100-giorni in discesa a 1.059 punti e quella a 200-giorni a 1.199 punti. Graficamente si potrebbe aprire uno spiraglio rialzista sull’indice più importante del mondo ma i fondamentali micro -macro sembrano indicare come naturale la direzione opposta. A “fare soldi” sull’equity-americano sono peraltro soltanto gli investitori denominati in dollari.

Settimana all’insegna del denaro per il Nikkei225 (+ 0,68%) trascinato al rialzo dal comparto finanziario e zavorrato invece dal comparto automobilistico dove Toyota per la prima volta nella sua storia presenterà dati negativi.

Nell’ ultima settimana il contratto-future sul decennale, dopo aver avviato le contrattazioni a quota 121,77 punti, ha finito per scambiare nell’intervallo di prezzo 121,57 – 124,91 per poi attestarsi nel finale a 124,35 punti, in rialzo di circa tre figure. L’approfondirsi della recessione e il robusto apprezzamento sul mercato valutario dell’ euro nei confronti del dollaro hanno spinto verso l’alto i titoli di stato europei. I recenti dati macro pubblicati nel Vecchio Continente hanno sostanzialmente confermato il quadro recessivo, dalla produzione industriale ai minimi degli ultimi 15 anni, agli indici difiducia manifatturiero e dei servizi ancora sotto la soglia che indica “contrazione” per non parlare delle vendite al dettaglio,letteralmente crollate nel mese di ottobre. Nell’immediata vigilia della storica decisione della Fed presa sui tassi d’interesse le parole pronunciate dal numero uno della Bce, Jean-Claude Trichet, hanno finito per raffreddare le attese per un nuovo taglio dei tassi a gennaio. Il price-action ha dato segnali di tenuta beneficiando dell’ allargamento dello spread di tasso tra le due aree fino agli attuali 225 punti base. Se la Fed da inizio anno ha tagliato il costo del denaro di 400 punti base la sforbiciata per mano della Banca centrale europea è stata invece di 150 punti base. I titoli di stato europei riflettono allo stato attuale la recessione e non ancora un’eventuale depressione. I tassi d’inflazione stanno ripiegando in tutte le aree
geografiche. Nella Zona Euro il CPI ha segnato un +2,1% y/y a novembre dal precedente +3,2% y/y di ottobre. A livello numerico e reale è prematuro parlare di deflazione se non in alcuni settori discrezionali dell’ economia. La curva dei rendimenti nel corso dell’ultima ottava ha finito per registrare un movimento di shifting verso il basso. Il tasso a 2-anni si è attestato all’ 1,8 3% (-42 centesimi), il 5-anni al 2,4 3% (-37 centesimi), il titolo decennale al 3,00% (-30 centesimi). In flessione di 26-27 punti base il segmento di curva a 15-30 anni. Livelli di tasso che confermano comunque l’ aspettativa del mercato per un prossimo allentamento della politica monetaria. Dal punto di vista grafico un’ importante area tecnica di supporto per il rendimento del titolo decennale potrebbe coincidere con il livello minimo del 1989 (2,94%) aggiornato lo scorso 4 dicembre mentre il rendimento a 2-anni ha aggiornato intra-week a 1,8 25% il livello minimo di sempre. L’eccessivo stimolo delle economie mondiali tramite una creazione di liquidità senza precedenti si può benissimo tradurre in un prossimo futuro in uno scenario nuovamente inflazionistico. La possibile impennata dell’inflazione e l’ allargamento dei debiti pubblici rappresentano due variabili da tenere in debita considerazione per una futura migliore chiave di lettura del mercato dei bonds. Il recente interventismo dei vari governi e banche centrali ha permesso sul mercato interbancario al tasso EURIBOR a tre mesi di scendere ulteriormente, raggiungendo il 3,08%. La settimana è scivolata via nel segno di un generalizzato allargamento degli spreads. Lo spread BTP-BUND sulla scadenza a dieci anni è salito di altri 4 centesimi, a 136 punti base, a fronte di una maggiore propensione degli investitori per i bond dei paesi cosiddetti “leader” in un contesto di forte avversione al rischio. A fronte di una discesa dei rendimenti dei titoli decennali tedeschi i tassi sui BTP di pari scadenza sono rimasti sul valore medio degli ultimi dieci anni, ampliando così lo spread e configurando uno scenario che non si manifestava dall’entrata dell’ Italia nell’ area Euro.

 

 

Si è trattato di un’ottava convulsa per il mercato dei cambi, caratterizzata da maestosa volatilità e da esasperazione dei trends in atto. A sconquassare l’assopimento della volatilità del recente price-action ci ha pensato innanzitutto il newsflow legato al potenziale buco finanziario da 50 Bln $ creato da Bernard Madoff, che rappresenta l’ennesimo duro colpo all’immagine del cuore-finanziario newyorkese e dunque di riflesso all’immagine del biglietto verde. Il caso-Madoff, i brutti dati relativi ai Twin-Deficits ed infine il sodalizio della FED con la nuova era caratterizzata da oggi in poi dalla zero-interest-rate-policy hanno rimandato alla deriva la divisa americana, colpita da un’altra ondata di copiose vendite. Ha colpito senz’altro la violenza del movimento, con l’euro-dollaro ritornato in alto, dopo la violazione della media-mobile a 200-settimane posta a 1,3358, suggellata dallo sfondamento anche della mediamobile a 100-giorni a 1,3719. Il cross è arrivato addirittura a toccare la media-mobile a 200-giorni passante a 1,4689, per disegnare un top a 1,4719. A questo punto per i traders sull’upside l’area di riferimento da guardare è la zona grafica di 1,4689-1,4719. Sul downside si tiene d’occhio la lontana media-mobile a 100-giorni posta a 1,3719. Che il dollaro non convincesse sotto il profilo fondamentale in un’ottica di medio-lungo termine lo si era già capito da tempo. Ma che potesse svalutarsi nel modo verificatosi in una manciata di sedute ad immaginarselo sarebbero stati davvero in pochi. Il brutto newsflow di Madoff certamente ha contribuito ad esasperare il sell -off repentino di biglietti verdi, che è sembrato guidato dall’intervento di grossi investitori istituzionali. L’era del dollaro a basso costo è iniziata. La divisa a stelle e strisce potrebbe soppiantare lo yen nelle pratiche di carry-trading, divenendo oggetto di finanziamento di eventuali operazioni finanziarie di grossa portata. Si tratta di una brutta tegola che cade sulla testa delle autorità nipponiche che avevano fondato il proprio progresso fino ad oggi sulla svalutazione dello yen. Nakagawa, il ministro delle finanze giapponese, in settimana ha provato ad intervenire vendendo yen e comprando dollari. La divisa nipponica però non si è indebolita né contro euro né contro dollaro.
L’euro-gbp ha disegnato un nuovo record storico a 0,9556, dopo aver sfondato il minimo di sterlina -marco posizionato a 0,9018. Il pound ha perso più di quattro big-figures contro euro, a riprova del fatto che il potere finanziario su cui la Gran Bretagna aveva fondato la sua egemonia micro-macro sta volgendo al termine. La sterlina nell’arco di appena un mese ha lasciato sul campo il 15%. I guai del pound erano iniziati di fatto con il salvataggio di Northern Rock. Ci si sarebbe atteso che la resistenza a 0,9018 reggesse maggiormente, ma così non è stato. Un eventuale rally verso la parità fondamentalmente sarebbe supportato sia dall’interest-rate-parity che dalla purchasing-power-parity. In più a suddette leggi naturali che muovono le sorti dell’FX-market si aggiunge una potenziale convergenza dei tassi di crescita del GDP e soprattutto una convergenza più accelerata dei tassi di disoccupazione, sebbene quest’ultima non sia ancora tale. Il mondo si sta appiattendo e le differenze tra le due zone geografiche europee si stanno assottigliando. Soltanto una spaccatura in seno all’euro potrebbe affossare l’euro-gbp. Non vi sono supporti degni di nota vicini. Le resistenze da battere sono poste a 0,9556 e a 0,9779, il valore che corrisponde a livello di 2 di sterlina-marco. L’RSI a 14-giorni si posiziona a 75%, evidenziando la formazione di una chiara zona di ipercomprato. Si è in balia a questo punto di eventuali profittaking in qualsiasi momento. Quanto all’euro-yen, la violazione al rialzo della media-mobile a 100-giorni a 124,75, indica il tentativo di una eventuale ritrovata lateralità da parte di questo cross supportato anche dall’interventismo della Bank of Japan.

Per quanto riguarda il mercato delle commodity  i settori in denarosono stati nell ’ordine il grano (+11,15%), i suini da macello (+10,13%), il cacao (+7,32%), l’ argento (+6,08%) e il mais (+5,91%) mentre nelle ultime posizioni si sono collocati il rame (-7,18%), la benzina (-10,06%) e il petrolio (-26,82%).
 
                                            MARKET  MOVER
Il calendario europeo, questa settimana, non presenta appuntamenti degni di nota così come quello americano e lo stesso dicasi per quello nipponico.

 

 


Per suggerimenti e chiarimenti: vincenzo.polimeno@professionefinanza.com

 

23/12/2008 | Categorie: Investimenti Firma: Vincenzo Polimeno