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Globalizzazione, la nuova fase è la delocalizzazione

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L’economista Baldwin ha parlato di globalizzazione e futuro del commercio in un incontro a Trento

Richard Baldwin ha affrontato il tema della globalizzazione in chiave storica. Lo ha fatto nell’incontro moderato dal giornalista de “la Repubblica” Eugenio Occorsio, in una delle serate del Festival dell’Economia di Trento presso il Castello del Buonconsiglio, spiegando quale sia il modo di leggere la storia come apologia morale implicita propria degli economisti: la tecnologia spinge il mondo sul sentiero del progresso, attraverso una successione di “epoche storiche” che sono a tutta evidenza proposte implicitamente come fasi di civilizzazione e su questo piano giustificate. La crisi economica iniziata dieci anni fa ha cambiato mano a mano i giochi, portando gli osservatori a chiedersi se la globalizzazione stia arrivando al capolinea o se stia solo assumendo nuove forme sulla cui base si riorganizzeranno varie politiche, comprese quelle sull’occupazione.

“La vecchia globalizzazione, avvenuta nell’800, è stata infatti il prodotto dell’energia del vapore e della pace internazionale – ha spiegato Baldwin – abbassandosi i costi del trasporto dei beni si è innescato un ciclo di agglomerazione industriale e di crescita che ha portato le nazioni ricche al dominio assoluto. È stata la «grande divergenza»”. La nuova globalizzazione della fine del ’900, guidata dalla tecnologia dell’informazione, ha reso conveniente per le imprese multinazionali trasferire nelle nazioni in via di sviluppo non solo il lavoro ad alta intensità di manodopera, ma anche le idee, il know-how di marketing, manageriale e tecnico. Alta tecnologia e bassi salari stanno così favorendo la rapida industrializzazione di una manciata di nazioni rimaste finora ai margini dell’economia, mentre si assiste alla simultanea deindustrializzazione delle nazioni sviluppate. È la «grande convergenza». Per Richard Baldwin, quindi, siamo entrati in una nuova fase del commercio globale, in cui la robotica e la telepresenza rendono superata la battaglia tra Paesi per la conquista dei posti di lavoro. Ora ci troviamo di fronte a una nuova fase del processo di attribuzione del prezzo delle merci e dei servizi risultante dai nuovi processi di delocalizzazione elettronica e riguardante il settore dei servizi e non più quello manifatturiero.

Questa non sarebbe una novità: basti pensare, ad esempio, come i call center (di lingua inglese) siano stati delocalizzati in altri Paesi, quali l’India, e sicuramente molti di noi hanno parlato con persone che vi lavorano chiedendo orari dei treni o altro. La delocalizzazione elettronica è destinata tuttavia a incidere in maniera assai più profonda dei call center, dice Baldwin. Per essere delocalizzato, un posto di lavoro nei servizi dovrebbe avere le seguenti quattro caratteristiche: prevedere un uso intensivo di information technology, riguardare un prodotto trasmissibile via IT, includere mansioni che possono essere codificate e richiedere poca o nessuna interazione diretta tra gli interessati. Stando a questi criteri, potrebbe essere classificato come “delocalizzabile” il 20 per cento di posti di lavoro delle economie occidentali. La delocalizzazione è quindi la base del nuovo paradigma della globalizzazione. Significa però anche nuove opportunità per i cittadini e più competizione.

E mentre i governi occidentali iniziano a fare i conti in ritardo con gli effetti collaterali della globalizzazione, il sistema economico internazionale sta di nuovo cambiando forma, con il risultato che i rimedi ai problemi di oggi già domani saranno obsoleti. Parola di Richard Baldwin.

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04/06/2018 | Categorie: Economia e Dintorni Firma: Redazione