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Gervasoni: “Il mercato europeo può e deve crescere”

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La professoressa Anna Gervasoni, direttore generale di AIFI (Associazione Italiana del Private Equity, Venture Capital e Private Debt), ha offerto un’interessante panoramica sui finanziamenti alternativi

Nell’intervista ad Anna Gervasoni sono stati toccati tutti i temi più rilevanti

Venture capital, private equity, crowdfunding, private debt. Non è facile barcamenarsi nella “giungla” dei finanziamenti alternativi in Italia per uno startupper o un’impresa in cerca di fonti di credito diverse da quello bancario. Questo perché l’Europa è ancora molto frammentata e, nonostante i segnali positivi degli ultimi anni, il mercato fatica a star dietro alla forza dell’ecosistema americano. Nell’intervista concessa al MyAdvice, Anna Gervasoni, direttore generale di AIFI nonché professoressa di economia e gestione delle imprese all’Università Carlo Cattaneo, ci ha parlato proprio di questo. Entrando nel dettaglio di quella che è la situazione attuale, anche per gli investitori che guardano con interesse a questo settore per andare alla ricerca di rendimenti maggiori.

Quando si parla di venture capital e startup, viene subito in mente l’America. Qual è il gap tra gli Usa e l’Europa, e in quale contesto si sviluppano oggi qui le realtà emergenti ad alto potenziale di crescita?

“Il gap viene da lontano. Negli anni ‘80 partiva il grande momento della Silicon Valley, in Europa siamo arrivati un po’ dopo. Il punto fondamentale è che la Silicon Valley è un pezzo degli Stati Uniti. Quindi se fai qualcosa in America, è già americano, hai il dollaro ovunque, hai un sistema di brevettazione che comunque ti copre un mercato enorme. In Europa siamo ancora molto frammentati. Quindi fintanto che l’Europa non deciderà di unirsi sotto tutti i profili, come auspicabile, sarà anche molto difficile dare una massa critica immediata ai nostri startupper. Devo dire che però nel Vecchio Continente in questi anni si è lavorato molto molto bene, sono nati tantissimi centri di eccellenza. Bisogna solo cominciare a farli dialogare tra loro”.

Nel private equity si alza l’asticella dell’investimento puntando su compagnie più consolidate. Che risposte sta dando il comparto nel nostro Paese?

“Innanzitutto il private equity è in parte un’industria europea e in parte un’industria locale. Per fare grandi operazioni non solo in Italia ma in tutta Europa ci vogliono dei fondi molto grandi. I fondi paneuropei sono quelli che hanno la massa critica per poter investire appunto nelle iniziative più importanti. C’è da dire che nel nostro Paese ci sono ancora tante iniziative non grandi, aziende che hanno bisogno del private equity. Sono le nostre medie imprese che a onor del vero stanno facendo molto bene. In particolar modo all’estero, ma non solo. E qui entrano in gioco i nostri fondi italiani, che hanno ancora un ruolo molto importante, soprattutto nella nostra economia”.

Il private debt può essere un’alternativa importante al credito bancario per le imprese. Ci sono aziende che stanno già traendo vantaggio da questo strumento?

“Guardando l’anno scorso, nel 2018 ci sono 200 imprese in Italia che si sono aperte al private debt, a questi nuovi fondi. C’è una reciproca soddisfazione. Le aziende sono contente di aver trovato un credito alternativo, anche se costa di più rispetto a quello bancario. Piace alle attività perché ha delle caratteristiche diverse. È più vicino a quello che vuol fare l’impresa. È più vicino a leggere il suo piano industriale e ad accompagnare l’imprenditore in una fase di sviluppo. Dall’altro lato abbiamo i nostri fondi private che sono soddisfatti, perché hanno investito quanto raccolto in modo molto rapido e positivo”.

In tale scenario, al crowdfunding resta un ruolo marginale o può essere una soluzione preziosa per lo sviluppo di idee innovative?

“Il crowdfunding è molto importante, soprattutto per le iniziative più piccole in tutto il mondo. I venture capitalist si focalizzano su realtà che devono crescere in modo accelerato, che sono anche complicate, ma che hanno bisogno di iniezione di capitali consistenti. Di solito negli Stati Uniti l’iniezione media è di 5-6 milioni di dollari, in Italia come in Francia l’iniezione media è di circa un milione di euro. Il crowdfunding può rientrare nella fascia più bassa. E poi in teoria anche in Europa il venture capital dovrebbe salire di scala e quindi lasciare al crowdfunding tutto quello che è seed capital, anche le startup più piccole e le imprese più tradizionali. Credo che in un mercato così ci sia davvero spazio per tutti e sia prezioso ogni strumento”.

Dunque oggi sul mercato ci sono varie strade e opzioni per le startup. C’è stato però anche un cambiamento culturale sul tema nel nostro Paese o è utopico immaginare un giorno la nascita di una Silicon Valley tutta italiana?

“Nel nostro Paese c’è stato di sicuro un cambio culturale molto importante negli ultimi anni. I giovani vedono l’attività imprenditoriale, la possibilità di creare una startup come una effettiva chance occupazionale e questo è molto importante. È una scelta. Questo grazie anche a tante iniziative che sono state fatte. Poi grazie a quello che i professori universitari, e ci sono anch’io tra questi, hanno cercato di insegnare ai ragazzi. Prova a capire che fare l’imprenditore, mettersi in proprio è un mestiere, può essere un bellissimo mestiere. Nascerà la Silicon Valley? Innanzitutto bisogna vedere se la Silicon Valley è un modello ancora attuale. Sicuramente lungo l’asse Torino-Milano, che poi è molto più corto rispetto all’asse della Silicon Valley, perché ormai ci si va in treno 50 minuti, potranno nascere, già nascono tantissime iniziative di grande qualità e anche con tanta tecnologia dentro”.

13/01/2020 | Categorie: Dossier Firma: Redazione