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RUSSIA, un miraggio piuttosto che un'opportunitÓ

Le azioni globali hanno toccato nuovi massimi, ma gli investitori non devono illudersi. Le agende populiste, se si imporranno, mineranno col tempo la crescita economica globale e metteranno a rischio i margini operativi delle multinazionali globali.

10/03/2017 Redazione
La Russia ha sempre colpito l’immaginario collettivo dell’Occidente. Basti pensare alle ricchezze da favola agognate dagli investitori o alla speranza dei cinefili di assistere a un’altra sconfitta del russo cattivo per mano di James Bond. Paradossalmente l’attuale situazione di Mosca sembra uscita proprio da un romanzo di Ian Fleming, con un ex agente dei servizi segreti a fare da ago della bilancia che minaccia l’Occidente. Malgrado ciò i mercati sono imparziali e sempre alla ricerca di opportunità. Riteniamo comunque che per gli investitori il contesto resterà molto complesso, fatta eccezione per qualche affare occasionale.
 
 Per l’Occidente in generale e per gli investitori in particolare la Russia è seducente e misteriosa al tempo stesso, nella duplice veste di paese con enormi risorse e un potenziale surdimensionato, ma anche motivo di rischio politico, con una governance mediocre e fonte di eterna delusione. Per citare Winston Churchill nel 1948: «La Russia… è un rebus avvolto in un mistero che sta dentro a un enigma. Ma forse c’è una chiave; e la chiave è l’interesse nazionale della Russia.» E a dire il vero dieci anni fa, in occasione della Munich Security Conference, il presidente russo Vladimir Putin dichiarò che l’ordine post-guerra fredda era una farsa. Accusò gli Stati Uniti di ignorare le leggi internazionali e di allargare la North Atlantic Treaty Organization verso est. Era evidente che parlasse di business. Da allora la Russia ha invaso la Georgia, annesso la Crimea, destabilizzato l’Ucraina orientale e svolto un ruolo decisivo nel conflitto siriano. Da media potenza a bordocampo, ancora una volta la Russia è assurta al rango di importante attore dello scacchiere geopolitico globale.
 
«Soft power» in stile russo
Per di più la Russia ha caldeggiato con discreto successo un’alternativa all’ordine liberale internazionale propugnato dagli Stati Uniti sin dalla Seconda guerra mondiale – in un momento in cui le democrazie occidentali sono sotto pressione. Da un lato i leader populisti, che vedono nell’Unione europea o nell’Eurozona la radice di tutti i mali, sono semplicemente troppo impazienti di accogliere il sostegno di Mosca. Oltretutto si dicono pronti a proteggere i propri paesi e «il popolo» dai pericoli del commercio globale. Dall’altro molti elettori oggi disprezzano le rispettive élite politiche. Sommiamo questi due elementi e avremo la Brexit, l’elezione di Donald Trump a 45° presidente 
Usa e l’avanzata nei sondaggi del Front National in Francia o di Alternative für Deutschland in Germania. Il soft power di matrice russa contempla la pirateria a danno dei sistemi informatici vulnerabili e la diffusione di «dati alternativi» attraverso sodalizi mediatici in Occidente.
 
A quanto pare il Cremlino ha interferito nella campagna presidenziale americana e potrebbe ancora tentare di influenzare le prossime elezioni in Francia e Germania. Il trionfo di Donald Trump può senz’altro avere avuto il dolce sapore di una vittoria per la Russia, verosimilmente propedeutica a una grande intesa tra «uomini forti» che, a sua volta, potrebbe avere contenuti diversi, come il riconoscimento da parte degli Stati Uniti della sfera d’influenza russa, una cooperazione per combattere il terrorismo islamico o l’abrogazione delle sanzioni economiche occidentali contro Mosca. Tuttavia, vista l’imprevedibilità dell’amministrazione USA, le cose potrebbero andare in modo del tutto diverso. Con Donald Trump alle prese con il primo scandalo di stampo russo per il siluramento di Michael Flynn, suo uomo a capo del National Security Council, qualunque intesa con Vladimir Putin potrebbe ora essere fuori discussione.
 
Il paese si è sviluppato, meno l’economia
Se da un lato la più grande nazione della Terra è diventata ancora più grande con l’annessione della Crimea, dall’altro la sua economia segna il passo. La Russia è stata in recessione per due anni di seguito, tenuta sotto scacco dal crollo delle quotazioni petrolifere e dalle sanzioni 
economiche deliberate dai paesi occidentali a fronte della condotta espansionistica. Comunque lo schock macroeconomico è stato di gran lunga meno pesante di quelli delle crisi precedenti del 1998 o del 2009. Il merito va principalmente alle politiche in stile occidentale adottate dalla banca centrale, sotto la guida dell’indipendente Elvira Nabiullina, che ha lasciato svalutare il rublo quando il prezzo del greggio era in calo, ma ha alzato i tassi d’interesse per controllare l’inflazione. In aggiunta le riserve finanziarie del paese, alimentate dalla vendita di petrolio, si sono rivelate una fonte preziosa di liquidità per il bilancio statale, che ha così potuto attenuare la regressione. Il sistema bancario ha superato abbastanza bene la recessione e il saldo delle partite correnti è rimasto in attivo.
 
Nel complesso l’economia si è stabilizzata, ma la ripresa sarà probabilmente sotto tono. La Russia resta eccessivamente dipendente dall’energia fossile (70% delle esportazioni, 50% delle entrate dello Stato). In assenza di un rafforzamento dello stato di diritto e dei diritti di proprietà – posto che le sanzioni dell’Occidente restino in vigore – è difficile immaginare un tasso di crescita economica superiore all’1%-1,5% in futuro.
 
A che punto è la Russia sul piano politico?
Nonostante le opinioni moderate sulla politica economica nazionale espresse dalla popolazione, gli elettori russi sono grandi sostenitori di Vladimir Putin per la sua politica estera dai tratti assertivi. La prossima investitura per il capo del Cremlino potrebbe arrivare con le elezioni a marzo 2018 e prolungarne il potere ininterrotto dal 1999. Il che conferirebbe a Putin un’aura da zar, un secolo dopo l’abdicazione forzata di Nicola II. Mentre il desiderio di uomini forti al comando pare essere una costante nella storia della Russia, tutto il resto è avvolto nel dubbio.
 
Nessuna esposizione al petrolio tramite le azioni russe
Guardiamo infine i mercati finanziari. Anche se le azioni globali hanno appena toccato nuovi massimi, gli investitori non dovrebbero illudersi. Le agende populiste, se si imporranno, mineranno col tempo la crescita economica globale e metteranno a rischio i margini operativi delle multinazionali globali.
 
Considerate le prospettive politiche della Russia, qualsiasi speranza di un miglioramento sostenibile della governance economica e dei diritti degli azionisti sembrerebbe fuori luogo in questo frangente. Il mercato locale si conferma una piazza petrolifera con leva e valutazioni visivamente convenienti. Nonostante ciò riteniamo che quegli investitori che si aspettano un rincaro del greggio nel medio termine farebbero meglio a volgere il proprio sguardo verso migliori opportunità d’investimento al di fuori dei listini azionari di Mosca.

a cura di Christophe Bernard, Chief Strategist di Vontobel
 
 
 
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