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Professionisti, la scelta del DOWNSHIFTING

Modi alternativi di pensare al lavoro. E di viverlo

09/01/2017 Matteo Chiamenti
Diciamocelo senza ipocrisie: il carrierista è sicuramente una figura sociale che affascina ancora profondamente l’opinione pubblica. Dedicare la propria vita alla ricerca dell’affermazione lavorativa è socialmente accettato e solitamente motivo di plauso. Ma proviamo a ragionare proprio su questo punto: cosa significa affermarsi, lavorativamente parlando? 
 
La verità è che l’opinione comune vede come valido il seguente concetto: affermarsi lavorativamente significa necessariamente fare carriera. Il che tradotto in parole ancora più semplici vuol dire: affermarsi lavorativamente equivale fare soldi. Se sei affermato hai successo, quindi fai soldi. In realtà questo sillogismo inizierebbe a perdere di validità se iniziassimo a declinare il termine “affermazione lavorativa”, nell’ottica più ampia e moderna di “realizzazione lavorativa”. 
 
Sentirsi lavorativamente realizzati, significa essenzialmente trovare un lavoro “a misura di noi”, essere a nostro pieno agio nella nostra quotidianità lavorativa. Ecco perchè la modernità postindustriale ha iniziato a riflettere su nuove strategie per raggiungere il proprio “Nirvana professionale”. Strategie che, in barba alla tradizione e ai benpensanti, possono implicare anche un rifiuto delle aspettative di carriera.
 
Questa filosofia rientra generalmente nella parola inglese downshifting, termine che indica la scelta di voler raggiungere un equilibrio di vita (sia privata che lavorativa) e quindi la propria realizzazione esistenziale (sia privata che lavorativa), attraverso un consapevole bilanciamento dei propri impegni, anche se questo dovesse significare una volontaria autoriduzione del salario, bilanciata da un minore impegno in termini di ore dedicate alle attività professionali. 
 
Sulla scia di questo pensiero è nata sul finire del 2014 a Berlino (nel quartiere di Neukölln), la Haus Bartleby, un vero e proprio “centro per il rifiuto della carriera”. Questo progetto è nato dalla mente di Alix Faßmann e Anselm Lenz, rispettivamente ex giornalista ed ex autore teatrale presso l’Hamburger Spielhaus, entrambi professionisti che condividono un ideale di equilibrio tra vita privata e lavoro. Assieme hanno posto le basi per il saggio Arbeit ist nicht unser Leben: Anleitung zur Karriereverweigerung (Il lavoro non è la nostra vita: guida al rifiuto della carriera), libro della primavera 2014, che di fatto è il “papà concettuale” del sopracitato centro.
 
Tornando alla Haus Bartleby (il nome è un omaggio al libro Bartleby lo scrivano, il cui protagonista decide di rifiutare le opprimenti dinamiche lavorative dello studio legale presso il quale lavora) , questa raccoglie professionisti dei settori più disparati, tutti accomunati dalla volontà “di decostruire l’assunto in base al quale carriera e successo debbano determinare il valore di una persona”. Il progetto vede anche la contestuale presenza di una rivista del centro, i cui abbonamenti risultano essere in costante crescita, tanto da far ottenere alla struttura l’attenzione di importanti media come Die Welt, Die Zeit e Huffington Post.
 
Sicuramente molti lettori storceranno il naso di fronte a queste riflessioni, probabilmente tradizionalmente ancorati al concetto che rifiutare la carriera equivalga a un elogio dell’ozio; ma facciamo lo sforzo di spingere la nostra analisi a un livello superiore. Forse in una società “invasa dalla macchine” l’uomo si sta riscoprendo uomo, la nostra umanità chiede necesariamente spazio, una boccata d’aria. E quindi anche il lavoro deve necessariamente farne i conti: ora che le macchine ci sono, noi non possiamo più lavorare come macchine (o forse sarebbe più corretto dire “possiamo permetterci di non lavorare più come macchine”). Se per il nostro benessere non ci facciamo problemi morali a ingurgitare questo o quell’altro farmaco, ad accendere i termosifoni d’inverno, a raggiungere mete esotiche per le nostre vacanze o a concederci una dieta sana, perchè non aprire la nostra mente alla visione di un nuovo modo di concepire il lavoro, un modo che magari accolga una visione più ampia della soddisfazione personale, dissociandola dal mera consistenza della retribuzione a ore? Chissà che nel futuro anche l’ultimo dei tabù, ovvero quello della nostra schiavitù dal giudizio degli altri, non inizi a vacillare.
 
 
 
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