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Consulenza previdenziale: la bocciatura di Boeri e la questione dell’equità

La mancata opportunità di ricostruire un patto intergenerazionale fondamentale.

11/11/2015 Giacomo Nero
Recentemente è salita alla ribalta delle cronache economiche la proposta di riforma previdenziale di Tito Boeri contenuta nel documento “Non per cassa, ma per equità”. All’interno della stessa proposta (prontamente “bocciata” dal governo) si trovavano tre principali punti: pensione anticipata con correzione attuariale sull'assegno a 63 anni e 7 messi di età, 20 anni di contributi e la maturazione di un importo di almeno 1.500 euro; ricalcolo di tutte le pensioni retributive superiori a 3.500 euro e l'introduzione di un reddito minimo per chi ha superato 55 anni ed è privo di un impiego. Insomma, tanta carne al fuoco. 
 
Al fine di comprendere un po’ meglio quella che sarebbe potuta essere la portata di questa riforma mai nata, unitamente alle probabili motivazioni che hanno portato a questo netto rifiuto, abbiamo interpellato Monica Gardella, nome ben noto al pubblico dei professionisti della finanza per la sua preparazione, nonché attuale detentrice del maggior numero di riconoscimenti “nell’Albo d’Oro” dei PFAwards, grazie a 3 affermazioni totali. Se nel 2014 aveva vinto nella categoria Consulenza alla Famiglia e Relazione con il cliente, nel 2015 ha conquistato nuovamente lo “scettro” nell’ambito della Relazione con il cliente, mentre quest’anno, nell’attesa di scoprire i nuovi vincitori, la troviamo a primeggiare nella top 3 di quattro categorie sulle otto disponibili (passando inoltre alla seconda fase di valutazione, ora in corso, in otto categorie su otto, tra le quali appunto consulenza previdenziale). Un profilo di competenza a 360 gradi che ci aiuta a fare chiarezza sulla sopracitata questione; ecco in calce il suo pensiero.
 
"Dopo l’approvazione della riforma Fornero, le cui lacrime solo ora comprendiamo nel loro senso profondo, ci si meraviglia a vedere una simile alzata di scudi, che accomuna in un corale “no” tutto l’arco costituzionale.
Il fatto che quasi tutti quelli che votarono la Fornero si oppongano a Boeri, mi fa pensare che la sua proposta meritasse un vaglio più attento e meno preconcetto.
Valuto la bocciatura affrettata e valuto malizioso l’argomento con cui il premier l’ha seppellita: “Non toccherò le pensioni di chi guadagna duemila euro”. Non una considerazione di merito sui sedici punti, ma una sineddoche dai forti risvolti elettorali, un “no” secco all’equità, all’opportunità di ricostruire un patto intergenerazionale fondamentale in un sistema a ripartizione come il nostro.

Nell’istituire un reddito minimo di cinquecento euro per gli over cinquantacinque senza lavoro, grazie a prelievi da duecentocinquantamila pensioni d’oro e da quattromila vitalizi per cariche elettive, che male c’è? Si tratta di un 10% di pensioni che sono ampiamente superiori ai contributi versati. Nel prevedere una flessibilità in uscita accettando una correzione attuariale (una riduzione, n.d.r), salvaguardando la sostenibilità (importo del trattamento), che problema pone? 1.500 euro mensili a 63 anni corrispondono, a coefficienti attuali, ad oltre 350.000 euro di montante contributivo senza correzione: se uno se li è guadagnati e versati, dove sta lo scandalo? Ricalcolare con il contributivo la quota di pensione eccedente tremilacinquecento euro, laddove chi lavora dal 1996 ha tutta la propria pensione calcolata con questo criterio che interrogativo pone, laddove dovrebbe porne almeno uno importante di tipo morale?"
 
 
 
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