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Consulenza previdenziale, il dilemma dell’adesione “da contratto” ai fondi pensione negoziali

E se l’adesione ai fondi pensione di categoria fosse già nel contratto la partecipazione del lavoratore dipendente? Il nostro esperto risponde.

17/07/2015 Matteo Chiamenti
Si sa che la previdenza complementare cerca da tempo la chiave di volta per fare finalmente breccia nel cuore degli italiani. A tal proposito, sono numerose le proposte e gli spunti di riflessione di volta in volta discussi sul tema; se recentemente vi avevamo presentato una valutazione sull’iniziativa della busta arancione, ora siamo qui a proporvi quanto emerso dalla relazione annuale di Assoprevidenza, svoltasi qualche giorno fa in Milano nella cornice di Palazzo Parigi, che ha visto al centro degli approfondimenti una proposta di modifica del meccanismo di adesione per rilanciare i fondi pensione negoziali. Vediamo in primis il comunicato: 
 
Sergio Corbello, presidente di Assoprevidenza, rilancia la proposta di modificare il meccanismo delle adesioni ai fondi pensione di categoria prevedendo già nel contratto la partecipazione del lavoratore dipendente, fatta salva la facoltà del singolo di rinunciare.
 
Oggi è invece il dipendente che deve esprimere la volontà di aderire individualmente. 
La modifica - ha sottolineato Corbello incontrando a Milano la stampa specializzata nel corso di un seminario di aggiornamento professionale organizzato da Assoprevidenza - potrebbe avvenire senza la necessità di modificare la normativa in vigore. E’ sul fronte delle adesioni infatti - ha sottolineato Corbello - che il sistema della previdenza complementare presenta le maggiori criticità: non solo il numero degli aderenti, di per sé significativo (oltre 6,5 milioni) rappresenta meno del 30% degli occupati; ma da oltre un quinquennio la fisiologica diminuzione degli iscritti ai fondi preesistenti è accompagnato da una continua contrazione nel numero delle adesioni ai fondi negoziali di nuova istituzione (-5% dal 2008). 
 
L’aumento delle adesioni registrato negli ultimi anni è dunque frutto essenzialmente dell’appeal dei fondi aperti e, soprattutto, dei PIP (i piani assicurativi individuali) che a fine 2014 detenevano oltre il 50% del totale degli aderenti alla previdenza complementare. 
 
“Allo stato attuale - ha osservato il presidente di Assoprevidenza - sono in particolare privi di adeguata copertura previdenziale complementare alcune categorie come i giovani, le donne, i residenti nelle regioni meridionali, proprio i soggetti che rischiano di essere meno coperti dal trattamento pensionistico di base”. “Se, infine, si considera anche la dimensione del fenomeno delle sospensioni degli apporti contributivi (considerando gli iscritti al netto di coloro che hanno interrotto i versamenti contributivi il tasso di adesione rispetto agli occupati si riduce al 22,3%) e l’incremento delle anticipazioni (le richieste di poter disporre subito di parte delle somma accantonata) emerge chiaramente - ha affermato il presidente Corbello - l’esigenza di una riflessione volta a riconsiderare il ruolo centrale della contrattazione collettiva per sviluppare le adesioni dei lavoratori subordinati: prevedendo la partecipazione per contratto al fondo pensione da parte dei lavoratori, fatta salva la facoltà del singolo di rinunciare alla realizzazione del piano previdenziale”. 
 
Il meccanismo proposto comporta un particolare impegno per le imprese, specialmente di dimensione inferiore ai 50 addetti, avuto riguardo al TFR. Va tuttavia rilevato come, secondo Assoprevidenza, i piani previdenziali e assistenziali complementari diverranno uno strumento fondamentale nella struttura retributiva del prossimo futuro.
 
Nel corso dell’incontro Corbello ha anche criticato nel ddl Concorrenza una sorta di assimilazione tra fondi pensione e fondi comuni che consente la portabilità piena della posizione individuale con continuità del contributo datoriale.
 
Secondo Corbello il principio di portabilità nei termini non si configurerebbe di per sé quale strutturalmente negativo se si modificasse il meccanismo di adesione ai fondi di categoria secondo la formula  indicata da Assoprevidenza. “Allo stato attuale appare invece - ha osservato Sergio Corbello - come elemento di mera destabilizzazione potenziale”.

Alla luce delle sopracitate valutazioni, abbiamo chiesto come di consueto una riflessione ragionata al nostro esperto di fiducia; stiamo parlando di Carlo Galbiati, vincitore dei PFAwards 2015 nella categoria Consulenza Previdenziale. Ecco cosa ci ha risposto.
 
Non credo che la proposta in oggetto di per se’ stessa possa davvero rilanciare il tasso di adesione alla previdenza. Non dimentichiamoci che per i lavoratori dipendenti esiste già il meccanismo del silenzio assenso. Sono convinto che la portabilità del contributo datoriale possa al contrario fungere da propellente per le adesioni iniziali e continuative nel tempo dei lavoratori assistiti da consulenti previdenziali motivati e co-protagonisti nella pianificazione previdenziale dell’aderente.

La previdenza complementare nasce, si mantiene e si alimenta laddove l’aderente mantiene alto il livello di motivazione e consapevolezza a fronte del sacrificio economico che sta sostenendo in previsione del suo futuro previdenziale. Non servirebbe a molto aumentare il numero degli aderenti se aumentasse ancor di più il numero degli aderenti non versanti che da tempo è in continua lievitazione. La previdenza complementare non è una scelta una tantum ma un lungo cammino fatto di passi che devono essere fatti con impegno e costanza nel tempo e nella giusta direzione. Tra l’altro psicologicamente temo che tutto quello che si percepisce come obbligatorio o forzato alla lunga non venga apprezzato. Quindi il mio è un sì convinto alla portabilità piena del contributo datoriale onde livellare il campo da giogo tra i differenti competitors ed un no altrettanto convinto ad ogni minima scalfitura del principio stabilito dalla legge 252/05 per il quale la “previdenza complementare è libera e volontaria”.
 
 
 
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